Parrocchia Comunità Missionaria pagine 057-063

E al di fuori della Messa?

Al di fuori della Messa abbiamo i vespri, ancora mantenuti per principio in certe parrocchie popolari (ma nessuno ci viene più); — abbiamo delle processioni lamentevolmente esigue, organizzate senza apparente necessità: il signor curato mobilita tutti per dare (come diceva don Remillieux) «illusorie soddisfazioni al Cuore di Gesù». Ciascuno vi si annoia (sempre la noia, la mortale noia!). Poiché nessuno sa per quale ragione si gira così intorno alla chiesa processioni del mese di san Giuseppe, del mese di Maria, del mese del Sacro Cuore. In queste processioni il clero presiede alla riunione del medesimo gruppetto di pie persone e dà loro eternamente la benedizione del SS. Sacramento, senza che con questo diventino migliori: mentre gli altri, quei famosi altri di cui non ci si occupa, restano metodicamente fuori ed in eterno vi rimarranno, perchè questo non li riguarda, né presenta alcun interesse per la loro vita.

Non trovate strano e triste che, avendo la possibilità d’organizzare, al di fuori della Messa, cerimonie popolari, dove l’adattamento potrebbe andare al galoppo e che potrebbero essere missionarie — destinate cioè ad attirare un mondo diverso da quello parrocchiale — ci siamo ridotti a queste miserie? E che, quando apriamo o chiudiamo una riunione non liturgica, siamo incapaci di far dire ai fedeli presenti qualche altra cosa che non sia un Pater Noster o una Ave, Maria ripetuti come una formalità, senza che nessuno pensi alle parole che gli escono dalle labbra; neppure si recitano simultaneamente, tanto è assente il senso della comunità in preghiera? E non parliamo poi delle «preghiere del mattino» o delle «preghiere della sera» recitate in comune in parrocchia o nei collegi, con quel brio che tutti sappiamo, in formule che quasi nessuno segue…

Perchè tutte queste deficienze nella celebrazione del nostro culto cristiano?

Esse si spiegano così: noi ci abbandoniamo ad un ozioso conformismo. Abusiamo del consiglio di san Paolo: «Custodisci il deposito…». Noi conserviamo le tradizioni!; ripetiamo all’infinito ciò che si è fatto nella nostra parrocchia, o «ciò che si fa» senza compiere il necessario sforzo di adattamento a coloro che sono oggi i nostri parrocchiani. Ci culliamo nell’illusione che i fedeli lì presenti traggano profitto da ciò che diamo loro, quando in realtà essi si annoiano educatamente e pregano solo in maniera individualista, seppur pregano. Noi ci disperiamo talora vedendo in essi poca premura e moltiplichiamo gli appelli («Venite per dare l’esempio») o le scipitaggini («Vi ringrazio di aver voluto intervenire così numerosi»). E d’altronde sappiamo bene che né il loro numero né le loro qualità aumenteranno, finché non avremo cambiato il metodo.

Bisogna riconoscere che purtroppo le vostre critiche corrispondono alla realtà. E del resto la maggioranza dei preti è d’accordo con voi. Ma quali riforme proponete? Che cosa fate nella vostra parrocchia?

La risposta a questa domanda non può essere data che in parecchi tempi. Ciò che noi ci sforziamo di fare deriva anzitutto da due principii: la parrocchia è una comunità e la preghiera collettiva deve perciò essere comunitaria; le nostre parrocchie appartengono all’ambiente popolare e la loro preghiera collettiva deve dunque essere adattata all’anima popolare. Inoltre, dobbiamo anche distinguere molto nettamente due piani. C’è la liturgia propriamente detta, che è la preghiera dei fedeli: nella sua celebrazione dobbiamo certo pensare ai nuovi convertiti ed anche agli infedeli che vi assistono incidentalmente, ma direttamente essa è fatta per gli «iniziati», nel senso antico della parola. E ci sono le cerimonie extra-liturgiche, quelle della sera in generale, che noi compiamo certamente per la comunità cristiana, ma ancor più per gli infedeli che cerchiamo di attrarvi.

Ritorniamo anzitutto sui nostri due principii. Per diventare viva e conquistatrice, la nostra liturgia deve essere in primo luogo comunitaria. Non è che una parola, ma quanta luce irradia! E se alla sua luce si volesse ripensare tutta l’attività liturgica della parrocchia, la si potrebbe trasformare. Dobbiamo convincerci (noi per i primi) e convincere i nostri fedeli che la parrocchia è un’unità, un’espressione della Chiesa «una», che ha la sua preghiera da far salire, il suo culto da rendere a Dio, una preghiera ed un culto che non sono di carattere individuale, ma sociale; che in chiesa si prega tutti insieme per assicurare la gloria di Dio e a beneficio dell’intera Chiesa; che la messa principalmente è il Sacrificio di Cristo, offerto dal Corpo mistico, senza che la sua celebrazione lasci posto all’individualismo. Questo deve essere meditato, spiegato, ripetuto senza tregua, come una dominante del nostro insegnamento, un tema di fondo su cui sarà ricamato il resto. Bisogna eliminare spietatamente il disaccordo, che contraria il carattere comunitario della preghiera parrocchiale. E non solo quello che trascina i fedeli verso cappelle o verso altre parrocchie (come spesso si fa, per tenere con sé «il proprio mondo»), ma il disaccordo dell’atteggiamento, interno od esterno. E bisogna contemporaneamente organizzare tutto perchè la celebrazione effettiva sia, il più possibile, comunitaria. Per riuscire su questo punto, abbiamo maggior facilità nelle nostre parrocchie popolari che in quelle borghesi; perché il mondo popolare è molto meno individualista di quello borghese, come torneremo a dire più diffusamente, parlando del problema della cultura. Tutto ciò che è comunitario, risponde ad un profondo istinto della sua anima. Noi diciamo, in secondo luogo, che la nostra liturgia deve essere adattata. Non pretendiamo, con questo, introdurre mutamenti contrari alle prescrizioni canoniche, ad esempio nella messa solenne propriamente detta, o facendo cantare in volgare dal celebrante il «Libera» dell’assoluzione. No: questo genere di adattamenti è poco desiderabile, forse, ma spetta all’autorità ecclesiastica di esaminarlo e di deciderlo. Il nostro si muove in un campo libero. Ne daremo esempi fra poco: per ora, restiamo nelle linee generali. E diciamo:

Mentre la messa non cantata è celebrata all’altare da un prete che osserva strettamente le regole della liturgia, ci rimane da far partecipare i fedeli alla sua azione: a noi di farlo in modo che la loro partecipazione sia viva, reale, in corrispondenza con le esigenze della loro mentalità; a noi di farli agire e parlare in modo che l’azione del prete diventi la loro azione, intelligente e vissuta. Ora, che cosa vediamo fare in moltissime circostanze? O si lasciano gli astanti alla loro pietà individuale, o si «occupano» facendo loro cantare dei «Noi vogliam Dio», dei «Io son cristiano», dei «O salutaris », facendo recitare loro rosari o preghiere diverse, senza rapporto col Sacrificio. Nessuna autorità ecclesiastica è mai intervenuta per portare una condanna; qualche volta ha solo ricordato che bisognerebbe preoccuparsi un po’ di più di ravvicinare il popolo cristiano alla liturgia. Perchè si pensa che questa autorità ecclesiastica si metta a scagliare fulmini contro i preti che fanno dire e cantare parole in stretta relazione con la liturgia celebrata? parole in armonia con una vita reale che esse esprimerebbero? Tutti gli «adattamenti» in questo senso sono dunque non solo permessi, ma incoraggiabili. devono estendersi su tutto: sugli atti collettivi che si richiedono dai fedeli, sui cantici che si fanno loro cantare, sulle parole che si fanno loro dire, sulle traduzioni che si pongono fra le loro mani. Bisogna che tutto sia espressivo ed abbia per essi un senso: non un senso astratto, scolastico, individuale (il senso che vi mettiamo noi, ma che ad essi sfugge); né un senso praticone, facile indubbiamente a cogliersi, ma non colto del tutto, perchè è stato indebolito dall’abitudine; un senso attuale, vivo, caldo della vita in cui si muovono i nostri fedeli, e che la trasporti su un piano divino.

Come fate ad applicare questi principii?

Parliamo innanzi tutto della messa. I nostri sforzi si dirigono specialmente alla messa parrocchiale: noi ne riparleremo fra poco. Ma non è inutile spendere una parola sulle messe basse: in primo luogo per sottolineare che noi le celebriamo basse il meno possibile, conformandoci alle rubriche diciamo realmente a voce alta, intelligibile per gli astanti, ciò che così dev’essere recitato. I nostri fedeli hanno il diritto di «sentire» le preghiere all’inizio della Messa, il Dominus vobiscum, il Sursum Corda, ecc.: e noi abbiamo il dovere di proscrivere dalle nostre consuetudini quel borbottio inintelligibile che solo può capire chi serve la messa. Abbiamo anche il dovere di far «vedere» la messa ai fedeli, di fare cioè gesti comprensibili e significativi. Un giovane prete diceva un giorno ad un confratello che solo nel giorno in cui aveva imparato a dire la messa si era reso conto del fatto che in certi momenti del Sacrificio bisognava fare sul calice dei segni di croce: durante tutta la giovinezza aveva servito un numero infinito di messe e seguito attentamente i celebranti, ma non aveva mai capito che i rapidi gesti da lui intravisti fossero segni di croce. Quanti fedeli potrebbero dire altrettanto! … Nello stesso tempo, naturalmente, noi insegniamo ai nostri fedeli ad essere attori, a rispondere insieme, ad una sola voce, alle preghiere del prete, a dire insieme e col celebrante il Gloria, il Credo, il Sanctus, l’Agnus Dei. Li abbiamo formati ad alzarsi insieme al Gloria, al Credo, al Prefazio, al Pater: ad inginocchiarsi insieme alla fine del Sanctus e dopo l’Agnus Dei: tutto per ottenere una «comunità in preghiera». Prima di cominciare la messa, annunciamo sempre ciò che stiamo per celebrare: — Oggi, 3 maggio, messa della scoperta della Santa Croce, con memoria di sant’Alessandro e dei suoi compagni martiri, e con l’ultima preghiera del tempo di guerra.

Vorremmo ugualmente poter giungere a far leggere in francese, a tutte le messe, almeno l’Epistola e il Vangelo, ma è un progresso ancora da realizzare. Ci arriveremo con l’aiuto dei «lettori» laici formati a tale scopo.

E i fedeli seguono le vostre indicazioni?

L’abitudine delle risposte è già presa: tutti rispondono. Per quel che concerne i movimenti, quasi tutti li fanno: sono poche le persone pie che si ostinano a stare in ginocchio durante tutto il tempo della messa.

E la Messa parrocchiale? è una « Messa solenne» non è vero?

Qualche volta, ma non sempre neppure più abitualmente. Noi riteniamo che bisogna conservare la messa solenne, liturgicamente cantata dalla folla (diciamo «dalla folla», senza di che, se ci si accontenta di cantori o di scholae, siamo agli antipodi del nostro pensiero, perché si rendono i fedeli non già attori, ma uditori). Non dimentichiamo però che siamo in parrocchia di missione, non in una parrocchia cristiana, e che ciò che sarebbe l’ideale per quest’ultima non lo è per noi. Noi conserviamo quindi talora la messa solenne, per avvezzarvi gradatamente i nostri fedeli, ma di solito utilizziamo altre formule.

Anzitutto noi fissiamo questa messa parrocchiale alle otto del mattino, affinché possa essere una messa di comunione. Vi convochiamo tutti gli elementi vivi della parrocchia, giovani dai movimenti specializzati, ma anche uomini e donne in piena vita, per averli lì, in un medesimo culto, l’insieme della cellula cristiana. Sono presenti tutti i preti della parrocchia, che vivono la messa in mezzo ai fedeli. Essi accolgono la gente a misura che essa arriva e le fanno prendere posto. Notate bene che non vi sono posti riservati; anzi, i primi arrivati prendono sempre i primi posti, senza lasciarne di vuoti. Così l’assemblea, più compatta, pregherà meglio in un unico slancio. Arrivando, i fedeli trovano su ogni sedia l’identico messalino, che lasceranno lì nell’andar via: possono possederlo per conto, ma ogni altro libro da messa è proibito spietatamente. Ciò permette d’ottenere una perfetta unanimità nell’esecuzione, indicando a tutti la pagina da prendere. Gli astanti sono quindi all’atto pratico, partecipanti. La risposta collettiva alle preghiere del celebrante è diventata così normale, che non la si nota neppure. Così gli atteggiamenti collettivi: ciascuno li assume come per istinto: a nessuno viene l’idea di comportarsi o di pregare in modo diverso dalla comunità. Si segue la messa molto da vicino. Alle volte, oltre alle risposte latine, interviene un coro parlato in francese, una preghiera letta in comune: un cantico i cui sentimenti traducono, in modo ampio e rigoroso, le preghiere e i gesti del prete in quel momento della messa. Nessun canto di schola, beninteso: è l’intera assemblea che canta e prega, con i suoi preti in mezzo ad essa… Di quando in quando la messa è celebrata di fronte al popolo, su un altare vicinissimo ai fedeli; in certi giorni festivi, l’altare viene persino drizzato sopra un podio, nel centro dell’assemblea. Di solito, però, la celebrazione si fa al posto normale, dove ciascuno può seguirla con lo sguardo. Ogni domenica, il pane e il vino sono su una stele, in mezzo alla navata centrale, dove i celebranti vanno a prelevarli solennemente al momento dell’offertorio. È l’offerta che parte dal seno della comunità.

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 052-057

UNA LITURGIA VIVENTE E MISSIONARIA

Assistendo alle vostre funzioni ho avuto l’impressione che voi compiate uno sforzo considerevole per far partecipare i fedeli alla liturgia. Credete che la vita del culto della parrocchia abbia una grande importanza missionaria?

Un’importanza enorme. La vita cristiana, alla quale vogliamo far partecipare la massa popolare, non è soltanto un culto: ma essendo la vita di Cristo in mezzo a noi ed in noi, e poiché Cristo è in primo luogo ordinato alla lode del Padre, la vita cristiana è principalmente culto. Per realizzare la nostra ambizione di «rendere cristiani i nostri fratelli», non pretendiamo di condurli in chiesa sui due piedi, di spingerli subito alla messa (essi ci vengono solo ad intervalli, spinti da questa convinzione: «La mistica» cristiana ha un valore per la mia vita totale»): ma sarà pur necessario infine aggregarli alla comunità cristiana che prega ed offre il Sacrificio.

È dunque estremamente importante fornire a questi nuovi convertiti eventuali e desiderati — alcuni dei quali entrano già in chiesa in certe circostanze — un culto cristiano che abbia già di per sé stesso un potere di seduzione, di attrattiva, non di repulsione: che sia anche un insegnamento, non un sonnifero…

E se pensiamo ai fedeli stessi, specialmente ai giovani, la conclusione è la medesima: se vogliamo che non disertino la chiesa, bisogna che essi ci vivano, non che ci sbadiglino: e se vogliamo che vi attingano il dinamismo necessario per diventare militanti, bisogna che le cerimonie che vi si svolgono diano loro vero senso cristiano.

Questo non accade di solito.

Purtroppo! Non occorre fare una lunga inchiesta attraverso le parrocchie, siano esse prevalentemente popolari o a predominanza borghese, per rendersi conto che il culto cristiano, come generalmente viene celebrato, non è affatto seducente; manifesta la noia, il formalismo, l’incomprensione. Un indifferente di buona volontà che entri nella maggior parte delle nostre chiese per vedere che cos’è una cerimonia cattolica, ne uscirà quasi sempre sbadigliando, se non addirittura alzando le spalle.

Eppure, si sono fatti degli sforzi per rinnovare la liturgia!

Ammirevoli sforzi! Non ignoriamo: vorremmo anzi che tutti i nostri confratelli li conoscessero. Non pretendiamo ingenuamente di presentare idee affatto nuove, né di essere i primi ad aver tentato il lavoro che s’impone. Tutt’altro! Abbiamo coscienza di prendere posto in una corrente e di esservi trascinati da altri che lavoravano prima di noi e coi quali ci sentiamo in comunione di spirito. Sappiamo però che quella corrente è ancora troppo debole, che incontra ancora troppe incomprensioni, e soprattutto troppe apatie o timidezze; ed è appunto per renderla più vigorosa, che noi scriviamo questo capitolo.

In che cosa vi pare deficiente la realtà liturgica nella maggior parte delle nostre parrocchie?

Basta descriverla per rendersene conto. Entriamo in una chiesa al principio di una messa domenicale. Cosa vediamo?

Ecco anzitutto una messa bassa, mattutina. Alcuni uomini, presso la porta, stanno in piedi e guardano di solito verso l’altare, talora altrove, e cercano invano di darsi un contegno. Nella navata, un miscuglio di fedeli, in prevalenza donne: alcune recitano il rosario e lo fanno sapere a tutti borbottando e sbattendo le corone: le altre leggono in un libro. Certi fedeli sono seduti, altri inginocchiati; senza ragione apparente, nel medesimo istante, o non importa quando, chi era seduto s’inginocchia, chi era inginocchiato si siede. Solo ad un certo punto si realizza l’unanimità: tutti sono in piedi per il Vangelo. Sull’altare, un prete va e viene, snocciola preghiere che non si sentono a tre metri di distanza, si volta con un rapido gesto per un «Dominus vobiscum» o per un «Orate, fratres», cui risponde soltanto il chierichetto. Egli è evidentemente isolato, tagliato fuori da quella folla che non è un’assemblea, una comunità, ma un aggregato d’individui che pregano alla meglio, come possono. Ad un dato momento si potrebbe stabilire il contatto fra il clero e i fedeli: sale sul pulpito un prete. Annunci parrocchiali, spesso letti male: avvisi diversi, dove la richiesta di denaro occupa il posto d’onore: sermone (riparleremo ancora dei sermoni) nel quale luoghi comuni riuniti in fretta danno un’impressione di cose udite cento volte e senza legami con la vita reale. Poi comincia all’altare il sacrificio propriamente detto: nella navata si scatenano questuanti e le seggiolaie. Spesso lo scopo della questua è annunciato ad alta voce, in diversi punti del percorso. La gente cerca i soldi: la seggiolaia rende il resto: dopo di che i fedeli che tentano di seguire la messa cercano di ritrovare «a che punto si è». La campanella dell’elevazione produce un certo trambusto, poi un certo silenzio: gli uni s’inchinano profondamente, altri guardano l’ostia e il calice. Poi ricomincia il rumore dei soldi, il tintinnio dei rosari, il fruscio delle pagine voltate. Si giunge così alla Comunione: sin dall’Agnus Dei molti cominciano ad alzarsi dirigendosi verso la balaustra: gli altri seguono, per non essere in ritardo. I passaggi sono invasi da una doppia corrente contraria, di chi va e di chi torna. Si ritrova finalmente il proprio posto, non senza essersi talora seccati per via dei vicini molesti: ci si immerge in un profondo raccoglimento. «Ite, missa est!» gli uni se ne vanno, gli altri se ne sono già andati, i migliori attendono la fine dell’ultimo Vangelo. Finalmente! è finita! Si è assistito al più grande atto della comunità cristiana in preghiera: l’offerta di Cristo alla Trinità per mezzo del suo Corpo mistico: la Chiesa.

Alla messa solenne l’atmosfera è diversa. Il prete all’altare si fa sentire di più, perché canta: ma la chiesa è per tre quarti vuota. Ci sono quelli che non possono fare a meno di trovarvisi, necessariamente «richiesti»: i bambini delle scuole, debitamente sorvegliati e tuttavia irrequieti e litigiosi (certo! si annoiano: guardateli e mettetevi nei loro panni. Tutto sommato, che cosa si pretende da essi? che stiano tranquilli; essi lo sanno, ma apprezzano assai poco questo scopo mediocre); le suore che si sono comunicate al mattino presto e che ritornano per fare numero e per dare il buon esempio; il gruppo delle cantanti preposte a garantire l’esecuzione dei canti «di massa»; qualche cantore (o un cantore) negli stalli, ed infine un po’ di brava gente dispersa a casaccio nella navata: ecco la quintessenza del pubblico parrocchiale. Quel pubblico, in maggioranza, non canta: ascolta. Per Io più, quasi sempre nelle parrocchie popolari, non capisce; non solo non capisce il latino, ma per lui tutto ciò «sa di nulla», anche se ha il messalino con la traduzione; perchè «sapesse di qualche cosa», bisognerebbe che esso partecipasse al canto e secondo la sua attitudine. Ciò supporrebbe molte condizioni realizzate, fra l’altro un’iniziazione fatta con perseveranza, nessuno gliela dà. Risultato: esso si annoia; con tutta la buona volontà, ma si annoia. Altro risultato: nessuno viene ad aggiungersi ad esso. Lo fuggono, al contrario; rifuggono quella messa grande dell’«ambiente parrocchiale»; ed il pubblico si rarefà sempre di più. Come è possibile vedere il culto ufficiale e solenne che la Chiesa tributa al suo Dio in quell’espressione che è totalmente impersonale? Nessuna comunità in preghiera neppure lì, in quella solenne messa parrocchiale, dalla quale la vita comunitaria è assente come dalle messe mattutine; più assente, anzi, perchè non ci si comunica, o ci si comunica assai poco.

La potrà vedere allora alla messa delle undici? Non c’è più il canto liturgico, sostituito dai pezzi d’organo e dai canti di tribuna (a solo, oppure della Schola). È assente il pubblico popolare, che non si sente a suo agio: in compenso, il pubblico borghese è numeroso e fa «folla». Si pensa che si possa attirare alla messa con quello spaccio di musica religiosa», così poco religiosa alle volte. In realtà, non lo si attira alla messa, ma all’audizione. Senza quella musica, gli uni verrebbero ugualmente, poiché bisogna pure andare a messa, e le undici sono un’ora che fa loro comodo: ma gli altri non verrebbero, o andrebbero a sentire la musica da un’altra parte.

Ma almeno così li possiamo avere ed già qualcosa…

Bel vantaggio, se ciò non serve a farli pregare! Credete che il compimento materiale dell’obbligo della messa, in queste condizioni, sia ciò che Iddio attende? e che corrisponda al comandamento della Chiesa? Canonicamente, senza dubbio; ma possiamo essere soddisfatti d’una religione giuridica? Quelle audizioni musicali sviano il polo d’attrazione, di Dio, del Suo culto, al quale nessuno pensa, verso un’impeccabile esecuzione o verso una voce attraente (fortunati quando non è una voce da opera comica! fortunati quando non si cercano per tirar gente gli artisti di teatro che si fanno udire lì e che si potranno poi udire nella «Carmen» e nella «Traviata»!… Pensate al programma delle «messe di mezzanotte», allo scandalo delle sedie fissate a caro prezzo, all’esclusione dei poveri, in quella notte della santa povertà!)…

Questi programmi musicali, i quali spesso non hanno che un lontano rapporto con il testo della Messa che un prete celebra giù di sotto, su un altare lontano (e noi alludiamo anche a quelli che un’onesta schola parrocchiale eseguisce del suo meglio), quelle melodie o polifonie religiose, hanno l’immenso torto di dispensare il popolo cristiano dalla sua parte di attore, di farne un uditore che sogna e si lascia affascinare (se tale è il suo gusto) più di quanto non preghi.

Non si tratta più del servizio divino, ma di soddisfazione personale, artistica, d’un prete, d’un direttore di schola, di alcuni esteti, a detrimento d’una vita collettiva di preghiera e d’offerta.

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 046-051

I fedeli di Cristo sono sempre stati la minoranza. Questi calcoli numerici non sono forse un poco ingannatori?

Lo sono specialmente quando si fa il censimento dei fedeli nei giorni in cui la chiesa è piena. Ma approviamo per un momento questa soddisfazione; purché in seguito acconsentiamo a domandarci:

– Qual è il valore cristiano di questo pubblico di cui abbiamo fatto il censimento? Tutta questa gente si ama? Forma un blocco comunitario? Si conosce, almeno? Ha il sentimento di appartenere ad uno stesso corpo vivente? Pensano costoro d’essere gli uni membra degli altri? Sono animati da una «mistica»? La cerimonia da cui escono ha fuso le loro intelligenze e i loro cuori in un nobile pensiero e in qualche desiderio ardente? Vanno via con l’ambizione di far penetrare Cristo in tutta la loro vita e di conquistargli tutto il loro ambiente? Sono venuti semplicemente per compiere un dovere e per assicurarsi egoisticamente la salvezza eterna, o per nutrirsi di una vita che dovranno diffondere? Quale spettacolo daranno alla massa degli indifferenti, in mezzo alla quale ritornano? Quello di una famiglia i cui membri si riconoscono dalla carità, dalla lealtà, dalla fede in Cristo, dalla gioia fidente, dal coraggio nella prova? … o quello d’individui simili agli altri, eccettuate le pratiche più o meno settimanali? Questo gregge fedele, quando lo si guarda, spinge ad essere cristiani? O non agisce piuttosto in senso inverso: «Tutto qui! … grazie tante! per me è troppo poco… »? Del resto, considerate l’ipotesi di una conversione – non dico la conversione intellettuale di quel signore molto per bene che nell’età matura si sarà rivolto verso la verità cristiana: sarà ancora accettato – ma la conversione di quel militante comunista sinora ardente nel suo anticlericalismo, o la conversione di quella ragazza da marciapiede che dava scandalo. Come saranno accolti? Si accetta Maria Maddalena, perchè è nel Vangelo… vorrei vederla arrivare in una delle nostre riunioni femminili!… Si trovano stupefacenti le reticenze dei Giudei di Gerusalemme, quando Saulo (Paolo) il persecutore si presenta ad essi trasformato in proselito… vorrei vederlo capitare nel circolo degli uomini!… E quale scandalo. se si moltiplicasse in dozzine, se invadesse l’ambiente (l’ambiente parrocchiale), sconvolgendolo col suo strano contegno! «Non siamo più tra noi… la parrocchia non è più ciò che era…». L’atteggiamento di noi cattolici verso il convertito non è forse, per istinto, quello del fratello maggiore verso il figliuol prodigo, quando questi ritorna all’ovile?

Mi sembra dimentichiate quelli della I.O.C. (Gioventù cattolica)

Non li dimentichiamo. Domandiamo solo:

– Come sono stati accolti, come sono tuttora accolti quelli della I.O.C. in certe parrocchie? Sono stati appoggiati? Sono stati riconosciuti come tipi di quel che dovrebbe essere il cattolico, in piena vita, nel suo ambiente naturale, preoccupato della sua conversione a Cristo? O come eccezioni, tollerabili a causa della loro buona volontà e generosità, ma difficilmente assimilabili alla parrocchia, quale essa era concepita?

Ma perchè i nostri cattolici nel complesso mancano di vitalità cristiana; di vitalità senz’altro? Perchè siamo infatti costretti a rispondere per lo più negativamente alla maggior parte delle vostre domande rivolteci un momento fa? Di chi la colpa?

Colpa nostra, purtroppo! Noi non dimentichiamo certamente la formidabile pressione che esercita sulle coscienze un materialismo, un sensualismo che ha penetrate tutte le nostre istituzioni, tutti i nostri programmi di vita. Ma siamo noi pure responsabili della debolezza dei nostri fedeli a reagire contro di esso.

Non abbiamo ridotto i nostri parrocchiani ad essere solo ascoltatori di sermoni e di conversazioni, anche in quei circoli dove si ritengono in dovere di parlare essi stessi? Non devono forse accontentarsi di registrare, senza possibilità di reazione da parte loro, i nostri argomenti, i nostri pareri, i nostri ordini, i nostri consigli? Più che dei trascinatori, non siamo noi per essi dei superiori? Ci lamentiamo della loro passività: ma dove avrebbero potuto prendere l’abitudine dell’attività?

Attivi talora, ed efficacemente attivi nella loro professione o nel loro ambiente, sul piano puramente naturale, li abbiamo avvezzati ad essere, nella chiesa ed intorno alla chiesa, persone che ricevono soltanto per custodire, per conservare, talvolta per difendere, ma non per dare: esseri passivi.

La parrocchia è diventata l’affare privato del clero, non dei fedeli. Essi vengono scartati persino nella amministrazione temporale: invitati a dare denaro per le opere, mai a controllare l’uso che viene fatto di questo denaro. Ancor più stanno in disparte dal lavoro apostolico.

È vero che, da Pio XI in poi, si ripete loro che hanno un dovere d’azione cattolica, che devono essere apostoli; ma quali mezzi si forniscono loro? Quali iniziative vengono loro lasciate? Quale parte di lavoro è loro affidata deliberatamente, istituzionalmente? I movimenti della Gioventù Cattolica hanno talora preso questa parte; ma con quanta timidezza gliel’abbiamo lasciata prendere! Con quali reticenze e contraddizioni! Noi facciamo la parte dei freni; mentre essi avrebbero bisogno di motori… E cosa ne facciamo di quelli che non appartengono a questi movimenti? 

Voi richiamate le recenti riflessioni di “Jeunesse de l’Eglise”.

Sì. Avete anche letto l’inchiesta: «Il cristianesimo ha devirilizzato l’uomo? Rispondevano ad essa molto bene Stanislao Fumet, Padre Sertillanges, Dunoyer de Ségonzac, Giovanni Lacroix, Enrico Charlier, don Colomb (N. 2, pagg. 65 e sgg.).

Evidentemente questa domanda richiede una risposta decisamente negativa se si tratta del cristianesimo di Cristo; ma, ahimè! quante riserve di affermazioni parziali, se si tratta del cristianesimo quale noi lo presentiamo troppo spesso! Non si può negare che vi sia una parte di verità in queste poche frasi spigolate a caso dalla lettura:

— Si paragona la santa Chiesa ad una madre troppo piena di precauzioni, la quale, per impedire ai suoi bambini di scivolare su una cattiva strada, li tenesse in casa in uno stato d’infanzia o di pseudoinnocenza che non permetterebbe loro di diventare uomini… (pag. 68).

 Ci sono troppe confidenze private, perchè noi possiamo mettere in dubbio che una certa educazione religiosa abbia prodotto (meno tra il popolo, è vero, che nelle classi dirigenti) un tipo d’uomo deficiente, dapprima scrupoloso, poi timorato, pauroso della propria ombra; un individuo troppo strettamente allevato fra le sottane della Chiesa visibile (pag. 71).

— In linea generale, tutto ciò che circonda la nostra vita cattolica ha bisogno di liberarsi da un’atmosfera tiepida e snervante, che ha finito per falsare il senso delle più rigorose verità e per mascherarne la sana e profonda realtà. Grazie a Dio. il cattolicesimo non si esprime sempre colla fabbrica d’immagini di S. Sulpizio, della quale il meno che si possa dire è che essa non dimostra né forza né carattere, ma vorrebbe volentieri una mediocrità inoffensiva nelle sue manifestazioni. Per poco non si finirebbe per fare della piccola suor Teresa una brava ragazza dolcissima e timidissima: si fa un soverchio uso delle frasi; «buon ragazzino», «buon giovanotto», «pia fanciulla»: i direttori di coscienza mancano di severità e non sanno (fatto caratteristico!) sbarazzarsi delle troppo numerose vecchie signore e signorine che ingombrano le sagrestie e fanno perdere a troppi preti un tempo prezioso (pag. 81).

A che pro continuare con queste citazioni e con questi argomenti? Siamo tutti d’accordo, per poco che riflettiamo e siamo leali.

Anche se citiamo magnifiche eccezioni – noi le conosciamo ed esse ci danno speranza – non si modificano queste constatazioni, che valgono per l’immensa maggioranza dei casi: l’ambiente parrocchiale non è una comunità, non ha il dinamismo delle primitive cristianità, non ha nessuna forza capace di intaccare il mondo pagano nel cui seno vegeta.

Si sono fatti uscire degli individui dal loro ambiente naturale per collocarli in quell’ambiente fittizio, senza colore e senza vigore, che è da noi chiamato «l’ambiente parrocchiale»; si è data loro una tinta «ecclesiastica» , cioè vagamente borghese, dove i borghesi stessi non si sentono affatto a loro agio se hanno una certa cultura, perchè si vedono superiori da questo lato; dove gli operai non si trovano per niente nel loro ambiente naturale, al quale tuttavia diventano a poco a poco estranei, sino a diventarvi inefficaci; dove si trovano veramente a posto soltanto le «persone incaricate delle opere» devote e servizievoli quanto mai, anche quando la loro lingua serve male la loro buona volontà, ma veramente inadatte alla conquista apostolica, e soprattutto alla conquista del proletariato pagano. che è qui l’oggetto della nostra principale preoccupazione.

Allora? come potrebbe la parrocchia ridiventare una comunità, una cristianità del tipo primitivo capace dell’opera missionaria che le si impone?

Ecco il problema: è immenso. Noi non pretendiamo di risolverlo. Comprendiamo la sua urgenza e sappiamo che, con noi, se lo pongono migliaia di preti e di laici. Nei colloqui seguenti, verremo esponendo modestamente le riflessioni che esso ci ispira, Ma ripetiamo qui, e ripeteremo ancora alla fine, che nulla verrà concluso provando, come una ricetta, l’una o l’altra delle riforme che noi invochiamo.

Un bel numero di altre considerazioni potrebbe esser fatto e noi saremmo felici di averle provocate.

Possano esse, unite alle nostre, sfociare in una realizzazione pratica, con la quale, applicandole tutte assieme, la parrocchia tornerà ad essere una comunità conquistatrice, uscendo finalmente dall’«ambiente parrocchiale»!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Parrocchia Comunità Missionaria pagine 041-046

II

AMBIENTE PARROCCHIALE O COMUNITÀ?

 

Credete che la Parrocchia sia capace di compiere quella parte missionaria che voi rivendicata per essa?

Sì, ma a patto che si rinnovi arditamente.

In quale senso vedete necessario questo rinnovamento?

Ne preciseremo i dettagli nei colloqui ulteriori; ma precisiamo sin d’ora che in primo luogo ciascuno farà parte di un tutto e che nessuna delle riforme proposte, presa isolatamente, avrebbe efficacia. È l’insieme che farà una parrocchia conquistatrice. In secondo luogo, quelle riforme possono riassumersi in una formula: la parrocchia deve cessare d’essere solo un «ambiente parrocchiale», per ridiventare una «comunità».

Cos’è che impedisce alla parrocchia d’essere missionaria? II fatto d’essere ridotta all’ambiente parrocchiale, che la rinchiude, la paralizza, le dona l’illusione d’una vitalità che è soltanto fittizia, oppure, se si vuole, reale, ma come chiusa in un recipiente. Che cosa permetterebbe alla parrocchia di ridiventare missionaria? Il fatto di tornare ad essere una comunità.

Che cosa intendete dire con ciò?

Aprite gli Atti degli Apostoli. Essi ci descrivono una crisi della Chiesa nascente che offre sorprendenti analogie con le nostre difficoltà attuali: la crisi giudeo-cristiana.

Che cosa vi scorgiamo? Secondo l’ordine del Signore, il Vangelo è stato prima predicato ai Giudei: i primi «fratelli» sono stati conquistati nella sinagoga. Naturalmente, hanno conservato i loro costumi, il loro attaccamento alla legge di Mosè, alla distinzione fra alimenti puri ed impuri, alle abluzioni legali, alla circoncisione, ecc… Hanno fatto una sintesi dei loro modi di vivere e della loro nuova fede in Gesù Cristo. Ma ben presto i pagani sono raggiunti dalla predicazione cristiana ed entrano nelle nuove comunità: San Pietro battezza a Cesarea il centurione Cornelio, i Giudei ellenisti di Cipro fanno conquiste tra i pagani di Antiochia; arriva San Paolo, che amplifica quel movimento, estendendolo da Antiochia a tutta l’Asia Minore, alla Grecia, ecc…

Ecco sorgere immediatamente la difficoltà: in quali condizioni saranno ricevuti quei convertiti dal gentilesimo? I giudeo-cristiani intransigenti, i quali non concepiscono che si possa essere salvi al di fuori d’una certa appartenenza al «popolo eletto», vogliono imporre loro le osservanze mosaiche: i giudeo-cristiani moderati acconsentono a non imporle, ma le conservano per sè stessi. San Pietro in Antiochia diserta persino la tavola dei convertiti dal paganesimo, per mangiare solo coi convertiti dal giudaismo, onde non urtare gli intransigenti. Allora San Paolo si alza e reclama a tutta forza la «libertà dei figli di Dio»: se s’impone la legge mosaica ai pagani, è finita con la divulgazione del Vangelo: basta la fede in Cristo, basta la vita cristiana: e d’altra parte, se si serbano quelle distinzioni d’alimenti e di tavole, è finita con l’unità cristiana. La spunta San Paolo: nel concilio di Gerusalemme si decide di non imporre ai gentili quel che non potrebbero portare («Il mondo non si sarebbe mai fatto giudeo», ha detto egregiamente Mons. Battifol); per qualche tempo i convertiti dal giudaismo mantengono le loro usanze, ma ben presto la loro minoranza si fonde nella maggioranza dei pagani che affluiscono. Non vi sono più che comunità cristiane, dove si sono fusi tutti gli elementi.

Il dinamismo della conquista è salvo: il mondo si farà cristiano.

Perchè ricordate questa crisi?

Perchè è il prototipo di molte altre che la Chiesa ha conosciute nella sua storia, e specialmente di quella di cui soffriamo. Noi che siamo in pieno ambiente popolare, possiamo dire nettamente, modificando il detto di Mons. Battifol, che «il mondo popolare non si farà mai parrocchiale» nel senso cui abbiamo dianzi accennato. C’è incompatibilità di carattere e più ancora. Due casi: o la parrocchia resterà chiusa in quello che abbiamo chiamato l’«ambiente parrocchiale» e il mondo popolare rimarrà fuori: oppure la parrocchia si aprirà in «comunità» e ci sarà un’altra crisi, cioè conflitti, difficoltà, proteste dei pesi morti e dei tradizionalisti. Ma se San Paolo la spunterà, il mondo popolare entrerà nel cristianesimo.

Che cosa intendete dunque con la parola comunità?

Ricordate le prime comunità cristiane. Che cosa erano? Gruppi in cui dominavano la semplicità e la carità. I tessitori di tende vi si confondevano coi medici; i domestici della casa imperiale con le donne dell’alta società. Non c’era più, secondo l’espressione di San Paolo, «né greco né giudeo, né uomo libero né schiavo, ma una sola persona in Cristo Gesù», sebbene ciascuno rimanesse nella propria classe e condizione. Ognuno si chiamava «fratello» e lo era in realtà. Non avevano che «un cuore e un’anima». Si riunivano per i pasti fraterni e per la «frazione del pane» Assistevano i loro poveri, affinché nessun fratello mancasse di nulla. Con la forza della loro fede e con la loro costanza in mezzo alle persecuzioni, erano i testimoni di quel Cristo che annunciavano: e più ancora con il loro reciproco amore. Non si riconoscevano perchè erano d’un determinato ambiente, ma perchè si amavano nell’amore di uno stesso Dio.

Tutti convertiti di recente, erano dinamici e convertitori. Filosofi di Atene, antichi capi di Sinagoghe, o nati nei bassifondi di Corinto o di Efeso, formano un’unità nuova. E come scrive Padre Lebreton «La Chiesa si assimila tutte queste reclute: appena hanno ricevuto il battesimo, quei cristiani di tutte le origini non formano più che un solo corpo, il Corpo di Cristo. È questo che dà alla comunità cristiana la sua profonda unità ed il suo carattere essenzialmente religioso: non è la nascita che l’ha creata, né l’educazione, né la libera scelta delle simpatie umane: è la fede, con la quale il neofita si è attaccato a Cristo ed ha abbracciato in lui tutti i cristiani suoi membri» (Cfr. «Comunità cristiana primitiva» in «Comunità e religione» – pag. 36). Con questa fede e con questa carità, essi agiscono nel vecchio mondo pagano come un fermento, e un apologista ignoto del III secolo potrà dire:  I cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è per il corpo («Epistola a Diognete»). Tanto che in tre secoli le comunità cristiane hanno invasi e rovesciati tutti gli strati della società, in tutta l’estensione dell’impero romano.

Le nostre Parrocchie non sono più quelle comunità?

Guardate soltanto un po’ più da vicino queste parrocchie e specialmente nei nostri ambienti pagani! Entrate in una chiesa alla domenica, all’ora della messa solenne. Chi vi trovate? alcune suore, dei bambini, qualche donna, qualche vecchio, un gruppo di «cantanti». Quanti adulti, dai venti ai cinquant’anni? Quanti uomini, soprattutto? Quanti di quelli che sono in piena vita e che «fanno» la vita? Alle messe mattutine, in cui si fa la comunione, chi erano le persone «pie»? che cosa rappresentano costoro nel loro ambiente di lavoro o di famiglia? quale dinamismo, quale influenza, quali valori naturali? E alle messe delle undici e di mezzogiorno? Lì, la questione è inversa: molta gente in piena vita e in piena vitalità… ma quale cristianesimo professano? quale interesse ha per loro il Vangelo? e che cosa rappresentano per l’ambiente popolare che hanno attraversato per venire in chiesa, individui di un’altra classe sperduti nella massa del quartiere?

Non vorremmo per nulla esagerare. Conosciamo parrocchie dove giovanotti, ragazze, famiglie (popolari o borghesi) realmente viventi nell’ordine dei vaIori umani, sono anche realmente viventi della vita soprannaturale ed incarnano la loro vitalità cristiana nella loro vitalità umana. Sono pochissimo numerosi. E il più delle volte «la parrocchia» non c’entra per niente ed essi pensano, riguardo alla parrocchia, quello che noi vi diciamo. Altre comunità li hanno formati a questa vitalità; altre influenze; ed essi non trovano nell’ambiente parrocchiale quella cristianità primitiva dove potrebbero farla sbocciare. Oppure (non vogliamo essere ingiusti, né dimenticare ciò che abbiamo presente all’intelligenza) se la parrocchia c’entra per qualche cosa, se lo sforzo del clero è stato realmente orientato in questo senso, il clero stesso deplora ciò che noi deploriamo e si augura ciò che noi ci auguriamo. Anche noi siamo preti di parrocchia e sappiamo quanti confratelli la pensano come noi. È appunto questo che ci incoraggia a pubblicare le nostre riflessioni.

Chi ha predicato sermoni alle «madri cristiane» sa lo scoraggiamento che si è impadronito di lui davanti a quell’uditorio di nonne che venivano generosamente a far numero, e come cercava invano con Io sguardo quelle donne che avrebbero potuto trarre profitto dai consigli di educazione che egli aveva cercati per loro.

E dove sono i «padri cristiani»? Questi uomini, una debolissima minoranza nella parrocchia, che sono venuti a seguire i tre sermoni del ritiro pasquale e che fanno ugualmente numero nella navata centrale alla loro messa della domenica di Pasqua, quando si rivedono? dove si possono trovare? E quanti restano sempre fuori da qualsiasi ritiro?

L’ambiente parrocchiale: le figlie di Maria col velo e il nastro azzurro, i bimbi del catechismo, le signore dell’Associazione, alcuni «buoni giovani», alcuni «uomini di Francia del Sacro Cuore» … Nelle parrocchie borghesi, un rispettabile numero di ottime famiglie maschera la mancanza dell’immenso popolo che non viene. Nelle parrocchie popolari, dove quella maschera manca, abbiamo l’assenza totale.

 

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 021-026

LA PARROCCHIA A CONTATTO  CON LA MISSIONE

 

I –  DIFESA DELLA PARROCCHIA

 

In una lettera aperta a don Daniel,  leggo: Sembra che voi raggruppiate indistintamente, sotto il nome di «massa pagana», la totalità di coloro che non vanno in chiesa. Vi preghiamo di non essere del vostro parere. È infatti evidentissimo, che, almeno in Francia, la «massa» è composta per un’enorme maggioranza, di cristiani autentici, cioè battezzati… che hanno in passato frequentato una chiesa, seguito un catechismo, conosciuto dei preti, e forse frequentato qualcuna delle «opere» … Mediocrissimi cristiani e quasi apostati, l’ammetto: ma non sono pagani, questo certo. Siete d’accordo con questo punto di vista di un vostro confratello parroco di Parigi? È vero che la massa è composta in maggioranza di cristiani autentici?

Noi crediamo che si giuochi un po’ sulle parole, circa l’appellativo di cristiani. Se si desiderano «autentici cristiani» tutti i battezzati, oppure semplicemente quelli che hanno fatto la Prima Comunione e mantenuto durante l’infanzia un certo contatto con la Chiesa, il problema è risolto: in Francia la «massa» è cristiana, in Francia non c’è alcun «paese di missione». Ma se si vuole riservare il titolo di cristiani (noi non diciamo di «buoni cristiani») a coloro che hanno la fede, a coloro per cui Cristo è una realtà, bisogna avere il coraggio di approvare la constatazionezione contenuta in «Francia, paese di missione»: la massa del proletariato è pagana: non perchè non «pratichi», ma perché la sua è pagana, totalmente estranea allo spirito cristiano, indifferente ai nostri dogmi, incurante delle esigenze della nostra morale . L’opera ha esaurientemente dimostrato ciò e ci stupiamo altamente che questo punto si possa discutere. Che il bambino di questo ambiente abbia fatto la Prima Comunione, che ci si sposi in chiesa, che si sotterrino i morti con un prete (e noi sappiamo in quale ampia proporzione neppur questo non si fa più) sono cose che non cambiano di molto la realtà profonda; dietro le apparenze — le quali pure vanno a poco a poco scomparendo — di un ritualismo esteriore, l’anima di questo popolo è pagana.Bisogna dunque avvicinarsi ad esso diversamente da come ci si accosta a dei cristiani.

Sarebbero costoro degli apostati? N on lo penseremo neppure. Apostata è essenzialmente colui che rinnega una dottrina alla quale prima aveva aderito, per abbracciarne un’altra che accetta: è colui che esce da una chiesa di cui è stato membro veramente, ed è cosciente di questa uscita, di questo abbandono. Nulla di simile nella vita dei nostri infedeli moderni. I nostri ragazzini che abbandonano la pratica religiosa all’indomani della Comunione solenne non hanno coscienza d’una vera apostasia. I loro genitori, i quali hanno cessato di praticare una religione che praticavano in Bretagna o in Vandea, hanno forse avuto l’impressione di un tradimento.Quando si conosce in quale atmosfera d’irreligione sono stati immersi i primi dopo la nascita, e quale violenta corrente ha trascinato gli uni e gli altri, si è nell’impossibilità di bollare l’errore da essi commesso. Bisogna inoltre riconoscere che la mentalità del loro ambiente li impregna completamente dopo qualche anno di lavoro in officina, ed anche in ufficio: l’influenza antireligiosa (chiamiamola pagana) è racconto in quell’ambiente, che la mentalità di chi fu battezzato e sopra chiamavamo «cristiano autentico» non differisce da quella dei compagni non battezzati. Gli uni e gli altri si comportano allo stesso modo nella vita. Possono essere considerati tutti pagani.

Bisogna però ritenere qualche cosa dell’affermazione del nostro confratello: se non per l’esattezza del termine, almeno per le conseguenze che ne derivano e per le conclusioni da ricavare. Abbiamo spesso a che fare con gente che ha «praticato» ed ha avuto contatto con noi: e malgrado ciò che abbiamo testé detto, c’è qui più di un addentellato che ci fa sperare per le possibilità dell’influenza parrocchiale.

In qual modo ciò?

Anzitutto, per il fatto che almeno una gran parte del nostro popolo ci passa per le mani, ci deve essere a priori il modo di approfittarne: siccome costoro hanno contatto coi preti per via della parrocchia, questa deve avere a priori una parte da rappresentare nella loro evangelizzazione. Ma dobbiamo allora avere il coraggio di dire:

1) Poiché sinora il più evidente risultato di quel passaggio nelle nostre mani è quello di finire per conservare la loro indifferenza, è segno che i nostri metodi sono per lo meno da rivedere, se non da cambiare radicalmente.

2) In questo momento, il fatto di aver avuto contatto coi preti è per questa gente un avvenimento che essa, malgrado tutto, non può cancellare dalla mente: certi ricordi, certe impressioni conservate, certi orientamenti d’idee e persino certe abitudini mantenute nella vita privata forma una trama sulla quale alla parrocchia deve essere possibile lavorare. Trama tenue, spesso impercettibile: ma una trama che tuttavia esiste. È ciò che fonda le nostre speranze nelle possibilità dell’apostolato parrocchiale.

Prima conclusione di queste riflessioni: parrocchia, sì, ma parrocchia in paese di missione, parrocchia missionaria.

È ciò che si applica nel territorio che dovete evangelizzare?

Se vi diremo che esso è situato alla periferia del dipartimento della Senna e che la quasi totalità dei suoi abitanti è formata da operai e da impiegati, questo vi basterà certamente per pensare che la quasi totalità della nostra parrocchia è pagana. Volete che vi precisiamo?

Geograficamente, la parrocchia è un grosso quadrilatero di circa 3 chilometri di lato, con al centro la chiesa non finita, di cui la navata centrale e il campanile non ancora costruito aspettano giorni migliori. Dal punto di vista sociale, il territorio comprende due parti ben distinte, tagliate nettamente in quasi uguale misura dalla via di Nanterre, che passa davanti alla chiesa. Da un lato sono graziose casette, spesso comode, e grandi fabbricati dove abita una popolazione di benestanti, d’impiegati, con i commercianti e con le professioni liberali che sono indispensabili a tutto l’insieme. La quasi totalità di questa popolazione è salariata, escludendo qualche modesta fortuna o qualche situazione privilegiata. La maggior parte di quelle famiglie ha un unico figlio e molti vivono agiatamente. L’altro lato non ha che padiglioni: c’è appena un paio di fabbricati. Ma le baracche di legno, le costruzioni in agglomerato, di fibrocemento, vi sono numerosi. Vivono lì quasi tutti operai: ci si trovano molte famiglie numerose, che han preferito stabilirsi qui, in un bugigattolo loro proprio, piuttosto che abitare in case d’affitto. Spesso il padre ha costruito egli stesso la capanna, che poi è diventata padiglione, sempre per opera sua: altri affittano; ma generalmente la popolazione è assai più stabile di quella dei sobborghi, perchè il giardinetto rappresenta un elemento di attrattiva. Tutto il circondario è costruito di recente. Sono venuti lì provinciali d’ogni provenienza, in cerca di qualche abitazione che non li renda troppo spaesati e di una vita che non differisca eccessivamente da quella condotta in passato. La differenza sociale le due parti del territorio crea una sensibile diversità dal punto di vista religioso.

Da una parte — la prima parte, il lato stazione come lo chiama la IOC — noi facciamo salire all’80 per cento il numero dei bambini che vengono al catechismo. La mentalità è ivi tradizionalista. La maggior parte dei nostri praticanti veniva da questa porzione di territorio e, se prendessimo la parrocchia in blocco, questo gruppo di popolazione correrebbe il rischio di farci dimenticare l’altro, di «consolarci» dell’altro. Esso rappresenta numericamente circa i due quinti dell’insieme.

Per l’altro lato — lato Senna — appena il 60 per cento dei fanciulli fa la Prima Comunione. Evidentemente vi è una mentalità molto più operaia, più pagana; però più docile, più spontaneamente caritatevole, più facile da conquistare.

Per molto tempo non vi è stato là che una cappella provvisoria, modestissima. Essa esiste ancora e serve di aggiunta alla nuova costruzione, il cui transetto (l’unica cosa edificata) contiene tre volte più posti che non l’antica cappella. Eppure, questa è bastata per lungo tempo ai bisogni religiosi della popolazione!

Di questa popolazione raggruppata a caso a seconda degli acquisti, delle costruzioni, delle locazioni; di questa popolazione di sfollati, alcuni conservavano le pratiche portate dalla provincia. Erano vecchie donne, alcuni uomini e dei bambini che si radunarono per il patronato. Nuova parrocchia, dunque; ma non come la maggior parte dei nostri settori di «banlieue» parigina. Volete qualche cifra?

Intorno alla chiesa noi contiamo da 22 a 23 mila abitanti. Cinque anni fa eravamo contenti quando, a tutte le messe domenicali, riuscivamo ad avere mille persone. In seguito, ogni anno ha segnato gradualmente un aumento del dieci per cento, e cioè noi ci aspettiamo, nel 1945, quando tutti gli sfollati saranno tornati dalla campagna, un complesso di 1400-1500 persone. All’epoca delle nostre missioni di quartiere, in un dato quartiere, su 800 o 1000 famiglie visitate, ne trovavamo 40 di cui almeno un membro era praticante e conosciuto dal clero; in un altro quartiere, su uno stesso numero di famiglie visitate, 117 erano rappresentate alla missione la prima sera, e, su queste 117 ben 52 di esse ci erano completamente sconosciute, perchè nessuno dei loro membri era praticante. Come vedete, da noi la proporzione dei praticanti è appena del 5%; siamo dunque in accordo le cifre di don Godin, le quali, si dice siano analizzate troppo pessimistiche ad alcuni lettori.

Quanto ad offrire fatti e riflessioni che esprimano quest’anima pagana, siamo esitanti, tanto essi son diventati comuni, a furia di ripeterli.
Qualunque parroco dei sobborghi ne avrebbe un repertorio altrettanto fornito, ed alcuni confratelli di passaggio ne registrerebbero più di noi, ed anche più tipici; perchè questi visitatori, meno abituati, li noterebbero maggiormente.

Ci fu, per esempio, un ragazzetto che il prete iscriveva al catechismo ed al quale chiedeva il nome del babbo, che rispose freddamente:  – Signore, in questo momento non ho babbo: ne stiamo cercando un altro…

Sono tutte quelle mamme che ci parlano dei loro figli e che, invece di vantarne le qualità di carattere e di cuore, non si trovano complimenti più belli di questi: – È bellissimo… Sta benone… Ha dei polpacci molto robusti…

Un giorno cercavamo di consolare una mamma tutta in lacrime per la morte del suo bimbo: le parlavamo del suo angioletto felice in cielo, Essa ci espresse il suo dolore in questi termini: – Era così grasso! … Ah, che bel piccino!

Riflessioni che indicano il livello dello spirito religioso; e ci sono ancora tutte quelle che si sentono in sagrestia o in visita, quando i nostri parrocchiani mercanteggiano il battesimo, la comunione, il matrimonio religioso, per dei nonnulla:  – Oh! sentite, Se non volete che il battesimo si faccia prima di pranzo, preferiamo farne senza.

Oppure: – Capirete che, se il catechismo deve compromettere l’attestato scolastico, il bambino non farà la Comunione.

Ovvero ancora: – Se non volete battezzare il mio fidanzato fra otto giorni, non ci sposeremo in chiesa. Oppure: – Io lo voglio fare: ma in sagrestia. Oppure: – Oh! Allora non vale più la pena.

Durante i nostri colloqui, avremo occasione di citare altre riflessioni e altri fatti che mostreranno il coefficiente di valore religioso e morale del nostro povero popolo. Per ben fondare il dibattito, ripetiamo che non vi è differenza tra i pagani autentici, di nome e di fatto, quelli cioè che non hanno mai avuto contatto con una parrocchia, ei semi-apostati ripaganizzati, mentre esiste un abisso tra questi ultimi ei veri cristiani.

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 027-035

Credete voi che i vostri pagani siano suscettibili di essere raggiunti dal Cristianesimo?

La risposta a questa domanda richiede moltissime ponderazioni. Non parliamo di «inquietudine religiosa». No, la nostra gente non è inquieta: fa comodo a meno della religione. C’è però chi non rimane del tutto indifferente dinanzi al problema religioso: l’esistenza di un al di là, il problema del dolore, la persona di Cristo, ecc.… sono altrettanti soggetti che avvincono la loro attenzione ed il loro interesse, quando vengono presentati,

Possono dunque essere facilmente attirati in chiesa? In nessun modo. Invece si lascerebbero volentieri sedurre dalla mistica del cristianesimo. Sono decisamente ribelli alle pratiche religiose. Le norme positive della Chiesa li lasciano indifferenti, estranei, se non ostili. Se si vuole accettare un barbarie, diremo che sono facilmente «cristificabili», ma non ancora «ecclesiasticabili»

Ci sono anzi due elementi che rendono più difficile ancora la cristianizzazione delle masse, a paragone dei tempi primitivi o dell’evangelizzazione dei selvaggi. Portare il messaggio ai pagani dell’antica Roma era ancora una cosa possibile, perchè si trattava d’una trasposizione e nulla più. I pagani praticavano un paganesimo religioso: c’era una religione di Stato, si parlava di dei, ufficialmente si celebrava un culto. Nella nostra epoca, la religione è totalmente bandita dall’anima di una gran parte del nostro popolo: non esiste più nella sua considerazione: è una cosa ormai scaduta. Quando cerchiamo di ricondurre alle pratiche religiose, abbiamo l’aria di ravvivare cose d’altri tempi. Il lavoro è dunque assai più arduo che all’epoca degli Apostoli.Inoltre, i pagani dell’antica Roma o gli indigeni a cui i nostri missionari portano il vangelo, sono abituati ad obbedire: riconoscono certe autorità: sono sottomessi ai sacerdoti. Invece i nostri pagani moderni ed occidentali sono portati decisamente all’uguaglianza: non vogliono obbedire. Ora, per abbracciare la religione, bisogna accettare di sottomettersi a due autorità: quella di un Dio che impone leggi e quella di una Chiesa che insegna in Suo nome. Fides ex auditu. Tutti i predicatori, ci parlano della difficoltà (e noi la proviamo come loro) d’ottenere la sottomissione dello spirito ad una autorità.per abbracciare la religione, bisogna accettare di sottomettersi a due autorità: quella di un Dio che impone leggi e quella di una Chiesa che insegna in Suo nome. Fides ex auditu. Tutti i predicatori, ci parlano della difficoltà (e noi la proviamo come loro) d’ottenere la sottomissione dello spirito ad una autorità. per abbracciare la religione, bisogna accettare di sottomettersi a due autorità: quella di un Dio che impone leggi e quella di una Chiesa che insegna in Suo nome. Fides ex auditu. Tutti i predicatori, ci parlano della difficoltà (e noi la proviamo come loro) d’ottenere la sottomissione dello spirito ad una autorità.

Quante volte, nelle riunioni di missione che facevamo in chiesa, quando parlavamo di Cristo, della sua dottrina sociale, del valore morale del Vangelo, non abbiamo sentito il nostro uditorio assolutamente d’accordo con noi? ma in quel momento capivamo anche che non potevamo chiedergli di più di quell’accordo di principio. Quante volte udiamo dire schiettamente dalle donne, ed anche dagli uomini, che essi pregano in casa e pregano ogni tanto sul lavoro. Con quale sincerità ci dicono che sono credenti, che non perdono la Messa nel giorno d’Ognissanti o alla Domenica delle Palme; che non mangiano mai carne al Venerdì Santo e che, insomma, il buon Dio deve essere contento di loro! Cattiva educazione? Certamente;ma soprattutto distanza fra la loro mentalità e la nostra: assenza d’ ogni imperativo che si imponga a loro e che essi riconoscano: diffidenza di tutto il complesso delle opere clericali, e per di più incomprensione dei nostri riti, delle nostre categorie, dei nostri dommi. Nessun agganciamento, nè per mezzo della nostra liturgia, nè per mezzo della nostra predicazione, nè per mezzo della nostra influenza. E voi capite benissimo che non parliamo qui che dei semicristiani: non parliamo della massa pagana…

Cerchiamo dunque d’essere pazienti e di lavorare bene. Noi restiamo sempre al livello del quinto concilio lateranense, il quale precisava che per i cristiani la norma della pietà doveva essere l’assiduità domenicale alla Messa e la pratica della Comunione pasquale. Non siamo ancora giunti, noi, a questo punto! Ciò era per cristiani che sapevano che cos’è la Messa, la comunione, l’autorità della Chiesa, soprattutto, e l’obbligo di sottomettersi alle sue leggi. Il nostro popolo è invece al livello dei tempi apostolici, in cui bisognava presentare Cristo, attirare a riunioni molto spontanee, convincere ed «appassionare», prima di organizzare e di costringere.

II nostro lavoro sarà dunque quello di crearci un clima, ed è un lavoro parrocchiale importantissimo: clima di simpatia, clima di carità, clima di fierezza cristiana, clima di pietà. Intendiamoci bene: questo non significa che si deve rinunciare alla speranza di condurre un giorno i convertiti alla pratica religiosa: significa però che è vano pretendere di condurveli senza una lunga preparazione, senza una modifica «di struttura» della loro mentalità. Significa anche che è falso giudicare le loro attitudini a ricevere Cristo, dalle loro ripugnanze a venire a Messa. Molti preti qui sbagliano, e tuttavia è cosa di capitale importanza vedere ben chiaro su questo punto. Invitare alla pratica religiosa persone che non hanno il senso cristiano è, come si suol dire «mettere l’aratro davanti ai buoi»: ed è un cattivo calcolo quello di contare le presenze in chiesa, per giudicare del progresso o degli insuccessi di un’evangelizzazione in corso. Questo risultato non è secondario (in ordinetentionis), ma è secondo (in ordine executionis). La partecipazione alla vita liturgica deve provenire non da un reclutamento, ma da un bisogno religioso. L’apostolato deve dunque mirare non ad organizzare l’arruolamento dei praticanti (quelli che assistono alla Messa, quelli che vengono usati ai Sacramenti, ecc…), ma a penetrare di spirito cristiano gli ambienti presi di mira, affinché la necessità di una vita cristiana li conduca a Cristo comunicato dalla Chiesa e dai Sacramenti. ma è secondo (in ordine executionis). La partecipazione alla vita liturgica deve provenire non da un reclutamento, ma da un bisogno religioso. L’apostolato deve dunque mirare non ad organizzare l’arruolamento dei praticanti (quelli che assistono alla Messa, quelli che vengono usati ai Sacramenti, ecc…), ma a penetrare di spirito cristiano gli ambienti presi di mira, affinché la necessità di una vita cristiana li conduca a Cristo comunicato dalla Chiesa e dai Sacramenti. ma è secondo (in ordine executionis). La partecipazione alla vita liturgica deve provenire non da un reclutamento, ma da un bisogno religioso. L’apostolato deve dunque mirare non ad organizzare l’arruolamento dei praticanti (quelli che assistono alla Messa, quelli che vengono usati ai Sacramenti, ecc…), ma a penetrare di spirito cristiano gli ambienti presi di mira, affinché la necessità di una vita cristiana li conduca a Cristo comunicato dalla Chiesa e dai Sacramenti.

Noi constatiamo: «Non sono ecclesiasticabili, ma sono cristificabili». L’apostolo non si perda d’animo per questa constatazione: essa ci indica un metodo.

Questo passaggio dallo spirito pagano allo spirito cristiano, lo considera un fenomeno individuale o un fenomeno collettivo?

Un fenomeno collettivo, per certo. E per questa ragione, ben valorizzata da don Godin, sulla quale avremo occasione di ritornare: la maggior parte della nostra gente pensa solo collettivamente. Solo un piccolo numero è capace di pensieri personali. Questi, quando si ritrovano in famiglia, ritrovano la loro personalità, riflettono, discutono, si pongono problemi (religiosi, sociali, ecc…). Gli altri, cioè la maggioranza, non hanno, per così dire, una personalità propria: essa è annegata nella vaga personalità del gruppo di cui fanno parte. Costoro pensano solo in gruppo, adottano le idee predominanti del gruppo: ambiente di lavoro, sindacato, circolo politico, combriccola di divertimento, ecc… Impossibile, perciò, attirarli individualmente verso Cristo. Il loro gruppo verrà a Cristo, o essi non ci verranno mai. «L’

Pieghiamo la mentalità del tal gruppo, del tal quartiere, la stessa mentalità generale. Se il clero è stimato, se la vita parrocchiale è conosciuta, se nessuno ignora l’esistenza delle feste e dell’azione parrocchiale: se il racconto fedele, il racconto famiglia impronta veramente il suo settore: se il conto gruppo, il conto servizio di mutuo soccorso raggruppano persone che si ignoravano e che ora si frequentano sotto l’impulso di un fedele, insomma, se tutto un complesso di gente si atteggia a cristiana e crea un’atmosfera, la parrocchia ha già un’importantissima funzione. II parroco non conterà forse un maggior numero di persone alla processione della prima domenica del mese: ma il suo popolo è meno lontano da Cristo.

Quale conclusione ne ricavate?

Che per il piccolo numero di coloro che riflettono, il lavoro apostolico sarà posto là dove essi ritrovano la loro personalità, cioè nell’ambiente di famiglia, mentre per conquistare gli altri bisognerà agire direttamente sul gruppo da cui contattati.

E chi farà questo lavoro?

In parte la parrocchia, i suoi preti ei suoi fedeli: in parte la «Missione di Parigi» (o l’equivalente nelle città popolose di provincia), del cui compito riparleremo alla fine di questi colloqui.

Pensate dunque che la parrocchia debba rappresentare una parte nel lavoro di conquista?

Certo! Una parrocchia che è nel paese di missione deve essere una parrocchia missionaria. Essa non può limitarsi ad amministrare spiritualmente il popolo cristiano. Una parte del suo ministero sarà indubbiamente orientata verso di questo: ma una parte sola, e non la più importante. Poiché il 95% dei fanciulli non viene a lei, il 95% delle sue inquietudini e della sua attività devono orientarsi e dirigersi verso di. essi. E non solo con sospiri e desideri, ma concretamente.

Che cosa intendete dunque per parrocchia?

Ecco una domanda di primaria importanza. Vi sono: due modi di concepire la parrocchia: l’uno ristretto e conservatore, l’altro largo e conquistatore. A seconda che si adotterà l’uno o l’altro, si potrà pretendere che la propria parrocchia sia «missionaria» o vi si dovrà rinunciare.

Questa distinzione ci sembra capitale per il seguito delle nostre riflessioni. Permetteteci quindi di insistervi su.

Prima concezione.

Per gli uni (e incoscientemente ne facciamo parte quasi tutti, dal momento che non reagiamo contro l’andazzo) la parrocchia è costituita dal complesso di coloro che vanno in chiesa.

«I miei parrocchiani», dice il parroco. In questo complesso si distinguono parecchi gruppi: anzitutto il nucleo dei ferventi, che si comunicano tutti i giorni o tutte le domeniche, che militano nelle nostre opere, e via dicendo: poi il nucleo dei fedeli che assistono regolarmente alla Messa domenicale e che il sacerdote conosce più o meno: al di là si estende la zona dei ben pensanti, che vanno in chiesa nelle feste solenni, a meno che non si contentino piamente di fare la loro offerta per il culto, poiché (come dicono) sono «del partito della Chiesa»: ancora al di là è il terreno incerto dei simpatizzanti della religione, che fanno battezzare i loro figli, e li mandano al catechismo in vista della Prima Comunione; che per lo più si sposano davanti al prete, che lo fanno chiamare al loro capezzale, ma che, in realtà,

In questa concezione, la parrocchia è l’insieme di coloro che, da vicino o da lontano, si accostano alla chiesa: i preti hanno con essi qualche rapporto, anche se nella loro mente questi rapporti sembrino stranamente rapporti commerciali di un ordine speciale. La vita parrocchiale diventa allora la vita culturale e liturgica di tutte queste anime. La sua trama è il calendario delle domeniche e delle feste. La sua manifestazione sono le cerimonie, le processioni, i battesimi, le nozze, le sepolture, le riunioni importanti della chiesa e della sala parrocchiale, i ritiri, i tridui, la quaresima, ciò che si annuncia nella predica domenicale. I pilastri, le colonne principali di questa parrocchia sono le opere, che forniscono i diversi effettivi su cui si può fare assegnazione per organizzare le grandi cerimonie, o in circostanze eccezionali, e dove si compie il lavoro di «formazione dei gruppi scelti»: opere di bambini, di giovani, di ragazze, circoli degli uomini, confraternite di donne o associazione femminile. Tutto il tempo del clero (parroco e vice curati) è diviso fra il ministero presso quelle anime, secondo il grado delle loro esigenze spirituali e la pur necessaria amministrazione del temporale. E quest’ultima diventa tanto più assillante, quanto più si moltiplicano le opere, quanto più la parrocchia prospera e s’impongono ampliamenti, ordinamenti, acquisti. secondo il grado delle loro esigenze spirituali e la pur necessaria amministrazione del temporale. E quest’ultima diventa tanto più assillante, quanto più si moltiplicano le opere, quanto più la parrocchia prospera e s’impongono ampliamenti, ordinamenti, acquisti. secondo il grado delle loro esigenze spirituali e la pur necessaria amministrazione del temporale. E quest’ultima diventa tanto più assillante, quanto più si moltiplicano le opere, quanto più la parrocchia prospera e s’impongono ampliamenti, ordinamenti, acquisti.

Qui, parrocchia=ambiente parrocchiale.

Questa è la concezione che s’ incontra di solito in provincia; ma nelle tue popolate parrocchie dei sobborghi a contatto dell’immensa folla dei pagani non è una cosa diversa?

Disinannatevi! L’illusione è più facile e più grande ancora nelle nostre parrocchie dei sobborghi che in quelle più piccole e meno popolate di provincia e specialmente di campagna. In campagna, volente o nolente, il parroco è costretto a pensare a quelli che non vanno in chiesa ea mettersi in contatto con loro. Anzitutto, il nucleo fedele non è tale da accaparrarsi tutto il suo tempo. Quanto agli altri, li incontra spesso andando e venendo: lo conoscono ed egli li conosce. Invece nelle nostre grandi parrocchie il nucleo dei praticanti, pur rappresentando un’infima minoranza rispetto al numero degli abitanti, costituisce tuttavia una cifra ancora abbastanza elevata. È capace di occupare tutto il tempo disponibile del clero. E la cosa più grave si è che ci impedisce di vedere gli altri, di pensare agli altri.

Nelle nostre chiese della «banlieue», più ancora che in provincia, ritroverete la quintessenza dell’«ambiente parrocchiale». La vita della parrocchia, più che in qualsiasi altro luogo, è ridotta alla vita di quell’ambiente. Ed è tanto più sensibile quanto più è debole la proporzione di quell’ambiente rispetto alla massa della popolazione. In provincia, le persone che frequentano la chiesa rappresentano spesso il ceto medio e mediocre della città: vi si ritrovano tutti i ceti. Da noi, e dovunque il proletariato pagano è in schiacciante maggioranza, il contrasto è più violento (per poco che non ci si lasci illudere da una chiesa piena e che si stia attenti alle realtà) tra la vita della parrocchia così ridotta all’ambiente parrocchiale e la vita del quartiere dove essa è fondata.

La chiesa sembrerà abbastanza piena, le funzioni ben riuscite, le opere in efficienza, i corsi e le sale affollate. Preti crederanno di essere a contatto con la massa, perchè avranno quel numero, e di avere le autentiche reazioni popolari, mentre in realtà avranno solo quelle dell’ambiente parrocchiale. Crederanno di riuscire, perchè quel ministero procurerà loro soddisfazioni. In realtà, non hanno alcun contatto con la massa.

Un altro fattore falsifica le prospettive. Si giudica la parrocchia in base ai contatti che si hanno in chiesa e in sagrestia, oppure visitando i genitori dei nostri bambini del catechismo e del patronato, o con le persone che vengono per sposarsi. Errore! Chi viene da noi, specialmente se è gente umile, si presenta con un complesso d’inferiorità, e talora persino di servilismo. Parlano come noi, ma non pensano come noi. I veri «renitenti» non vengono troppo sovente a trovarci. Quante volte, nelle nostre visite di missione nei quartieri, abbiamo sentito tutto ciò nelle famiglie di cui un bambino veniva al catechismo! Siamo stati accolti in modo diverso da altrove. Sentivamo di essere considerati, perchè tenevamo in mano e dipendeva da noi l’ammissione o no alla Prima Comunione: venivamo adulati:

Inoltre, nelle nostre parrocchie dei sobborghi la difficoltà di conoscere i nostri parrocchiani è enorme, insormontabile; anche semplicemente raccogliere il loro nome: a più forte ragione è difficile arrivare a tutti. Di qui facilmente si passa ad ignorare la loro mentalità, a misconoscere le loro reazioni, e persino a dimenticare coloro che non vedono. La loro evangelizzazione pone un tale problema; ed è così angoscioso pensare ad essi, che dimenticarli è più facile e più presto fatto.

Si può concepire in altro modo la parrocchia?

Sì, ed ecco questa seconda concezione.

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 035-041

Si può concepire in altro modo la parrocchia?

Sì, ed ecco questa seconda concezione.

Essa consiste nel dire a sé stessi, dopo aver guardato sul piano della città il tracciato della propria parrocchia, e dopo averne fatto il giro a piedi:

— La mia parrocchia è il territorio limitato dalle altre parrocchie; tutte le strade che lo solcano, anche il sentiero che si perde fra i campi, tutte quelle case e quelle capanne dove vive qualcuno, sino alla chiatta definitivamente ferma sulla riva della Senna. I «miei parrocchiani» sono tutti coloro che abitano questa porzione a me affidata: tutti, senza eccezione, tutti, senza che nessun motivo, nessun pretesto di nazionalità, di degenerazione o di opposizione religiosa possa scaricarmi della responsabilità della loro anima, di conseguenza, sono tali tutti quelli che non vengono a me, tutti quelli che non conoscerò forse mai, se non vado a loro: tutti quelli che incontro, anche gli algerini, anche i cinesi, sono miei parrocchiani, ed io devo dirmi: «Sono io, il loro parroco, che porto il peso della loro anima». La vita della mia parrocchia è la vita di tutta quella gente: la vita religiosa di quelli che ancora ce l’hanno (posso sapere, del resto, se non ne resta almeno unalla in coloro che a me ne sembrano i più sprovvisti?) , ma anche tutta la vita di tutti: la loro vita di lavoro, di piaceri, di famiglia, di quartiere, i loro viaggi. Essa è fatta dell’atmosfera che essi respirano, degli avvenimenti che li tengono occupati, delle gioie e dei dolori da cui sono provati, delle influenze che subiscono: influenze del medico che li cura, del giornale che leggono, del caporione che ascoltano, del cinematografo dove vanno assai più numerosi che in chiesa… Io incontro dunque la mia parrocchia a mezzogiorno, quando l’officina lascia liberi i suoi operai; alle 13,30, quando i monelli vanno a scuola; nelle code mattutine per le compere nei negozi; al termine del pomeriggio i treni dei dintorni me la restituiscono a ondate successive. È qui che essa, dalle 6 alle 7, si trascina sui vari trivi a crocchi di otto o dieci fra giovanotti e ragazze. La vita della mia parrocchia è tutto questo, e tutto mi sta a cuore, perchè tutto questo e infinite altre cose sono importanti per le anime.

Ma tutti i preti non sono d’accordo su ciò?

Certamente, in teoria: ma nella pratica, quanti sono coloro che si comportano secondo la logica che questa concezione richiederebbe? Non siamo ancora giunti al rovescio delle cifre date dal Signore nella famosa parabola, e cioè la centesima pecora fedele contro novantanove che lasciano l’ovile. Mamma, ahimè! noi realizziamo spesso questo aforisma d’un direttore di seminario: – Non si corre più dietro alle pecorelle smarrite; si lasciano galoppare sulla montagna le novantanove infedeli, per disputarsi il privilegio di accarezzare la centesima che è rimasta.

Ciò non deriva dal fatto che noi confondiamo praticamente il regno di Dio col nostro proprio regno, il progresso del regno di Dio con la nostra influenza su un piccolo gregge?… E che cosa importa che sia piccolo, purché l’abbiamo bene in pugno…

Eppure, non c’è qualche utopia nel voler pensare ostinatamente a quelli che non vengono, dimenticando coloro su cui si può contare? E non è giusta la massima: «Prima di conquistare gli altri cerchiamo anzitutto di conservare coloro che possediamo»?

No! Aprite il Vangelo: da volerlo o no, anche se ci sembra meno facile, meno razionale, occuparci meno di ehi ci circonda per correre dietro a chi è lontano, non facciamo che obbedire all’invito di Cristo: mentre invece, se dimentichiamo gli altri, gli smarriti. nella costante preoccupazione di guidare il piccolo gregge rimasto fedele, nulla abbiamo di evangelico. Forse il Vangelo non è pratico, forse talora è un po’ utopista… Un giorno abbiamo sentito dire da un nostro buon curato:

– Oh! mio caro amico, non si può pretendere di applicare sempre il Vangelo!

Eppure, non è forse col metodo puramente evangelico che San Paolo e Apostoli hanno trasformato il mondo? E non sarebbe forse coi nostri metodi troppo razionali che saremmo in procinto di lasciarlo perire? Non è per altro detto che si debbano necessariamente abbandonare gli uni per correre dietro agli altri. Si tratterebbe forse di lanciare gli uni, come noi e con noi, all’inseguimento degli altri… Ma su questo argomento ritorneremo poi.

Quello che è certo, e su cui dobbiamo in primo luogo insistere fortemente, è che il nostro modo di concepire la parrocchia è della massima importanza per determinare il suo compito nell’opera missionaria.

Se la parrocchia non è che il centro di riunione dei cristiani, il raduno dei fedeli per le funzioni, per i circoli o per le opere — sia questo il risultato di un’improbabile teoria o semplicemente della realtà pratica — allora bisogna pur convenire che la parrocchia è impotente ad attirare il 98% delle masse operaie che ignorano Cristo, e che bisogna lasciare a missionari specializzati la Cura di tentare tale lavoro. Se al contrario, abbandonando le usanze e voltandosi arditamente verso nuove forme di apostolato, s’intende la parrocchia come cellula viva destinata a prolificare su tutto un territorio, si può credere che essa ha la sua funzione nel lavoro missionario.

Pensate dunque che ce l’abbia cotesta funzione?

Senza alcun dubbio. E la prima ragione è che essa esiste. Buona o cattiva, bene o male preparata alla sua parte, compiendola o dimenticandola, hic et nunc essa è un fatto: se non in realtà, almeno di diritto, essa è la cellula di cristianità, la cellula d’incarnazione del divino, della quale parliamo. Qualunque sia il suo futuro destino, nell’ora attuale, e verosimilmente ancora per lungo tempo, l’elemento stabile dell’evangelizzazione.

E se ora guardiamo l’insieme d’un territorio come la Francia, o anche semplicemente come Parigi e i suoi dintorni, bisogna aggiungere che l’insieme delle parrocchie costituisce una magnifica rete. Non un angolo che non abbia la sua. L’amministrazione civile è ben lungi dall’essere così fornita, poiché molti comuni contano diverse parrocchie. Una delle nostre idee più care è che non ve ne siano ancora a sufficienza, che occorra moltiplicarle considerevolmente. Ma precisamente la costruzione di nuove chiese ha dimostrato che l’organizzazione parrocchiale è non solo una rete possente, ma anche una rete molto flessibile, che può arricchirsi all’infinito.

È già qualche cosa esistere e non doversi porre il problema del proprio diritto all’esistenza, né della propria esistenza stessa: è qualche cosa sapere che si è, quando altri devono chiedersi che cosa saranno. È qualche cosa essere riconosciuti, impiantati, istituiti, invece d’essere una novità che altri attaccano. Ma non è tutto. La parrocchia è equipaggiata: anzitutto ha i suoi preti: da sempre, il clero parrocchiale ha costituito, nella Chiesa, il grosso delle forze. Sono quelli che hanno voluto tutto il compito, come si sarebbe presentato, là dove li avrebbe mandati il vescovo. Sono quelli che, giorno e notte, rappresentano la Chiesa agli occhi delle popolazioni. Vivono in mezzo al popolo che evangelizzano. Sono, o possono essere, o devono essere a contatto permanente con quel popolo. Sono essi che la gente vede passare per la strada, sono essi coloro a cui la gente si rivolge, sapendo che solo essi hanno autorità per decidere dei principali atti della loro vita cristiana. E se si addiziona il numero di questi preti, se si considerano gli effettivi di ciascuna parrocchia, si misura allora quale coefficiente d’azione possono rappresentare (ahimè! noi diciamo «possono rappresentare», non «rappresentano») questi parroci e viceparroci, tutti apostoli, tutti accaniti nei medesimi problemi complessivi, ciascuno dei quali svolge nel proprio settore il grande compito dell’apostolato.

Rammentiamo che al Congresso della I.O.C. del 1937, quando i giovani si affollavano nelle tribune intorno ai loro cappellani, il segretario della Gioventù Socialista si curvò verso don Godin e gli disse: – Quanti cappellani avete! Se noialtri avessimo altrettanti uomini che si consacrassero a militare per tutta la vita, quanto lavoro faremmo!

Ora, tutti i preti in cura d’anime sono più numerosi di quel che non fossero i cappellani della I.O.C. Aggiungete a questo numero le suore d’ogni abito, d’ogni congregazione, sparse nelle parrocchie, con l’unico scopo di aiutare il ministero parrocchiale (ce ne sono più di 5000 nella diocesi di Parigi): aggiungetevi quei laici e quelle persone delle opere la cui giornata è interamente occupata al servizio della parrocchia:… Non vi chiederete allora: «La parrocchia può fare qualche cosa?»; ma piuttosto: «Come mai la parrocchia non fa di più?»

Non basta. La parrocchia ha i suoi militanti di ogni movimento e di ogni opera. Ve ne sono di abilissimi, la cui influenza è enorme. Essa ha tutti quei fedeli che vivono in mezzo a quel popolo e che potrebbero, che dovrebbero essere orientati verso di esso. Dal punto di vista fisico, ha la sua chiesa, ed è qualcosa, è una realtà che anche i più lontani ignorano difficilmente. Molti non vi hanno mai messo i piedi? forse; ma assai più numerosi sono quelli che vi entrano in certe circostanze. Per tutti, essa è là: s’impone, almeno come testimonianza, come simbolo di un’altra realtà di cui essi ignorano tutto, o che (cosa peggiore) concepiscono come ben diversa da ciò che è, ma che tuttavia intuiscono in modo confuso.

La parrocchia ha le sue sale d’opere, piccole o grandi; e Dio sa quanta fatica c’è voluta in questi ultimi cinquant’anni per costruirle e per arredarle! Non si riempiono e sono uno spauracchio per molti? d’accordo: sono però ugualmente un mezzo d’agganciamento per taluni e forse potrebbero presentarsi diversamente agli altri. La parrocchia ha il suo bilancio, le sue entrate piccole o grosse, sicure o incerte, che nondimeno formano una possibilità materiale. La parrocchia ha i suoi mezzi d’espressione, i giornali, gli opuscoli, i bollettini: ha la sua cattedra ufficiale e sempre aperta.

Al disopra di tutto ha il peso ufficiale del lavoro missionario sul territorio a lei affidato. Continua le comunità cristiane che gli Apostoli fondavano dovunque passavano, come lo vediamo negli Atti degli Apostoli, ed alle quali si univano tutti i nuovi convertiti di uno stesso luogo. Se rinuncia, di deliberato proposito o semplicemente di fatto, ad annunciare Cristo alla maggioranza degli abitanti del suo territorio, manca alla sua missione e tradisce il mandato che ha ricevuto. Si faccia aiutare, se occorre, da collaboratori specializzati: nulla di più normale. Ma che essa abbandoni il peso degli infedeli per dedicarsi ai soli fedeli, significa misconoscere la volontà di Cristo a suo riguardo. A più forte ragione, se quegli ausiliari non esistono, urge che la parrocchia si orienti nettamente verso gli infedeli.

In breve, la parrocchia apparisce come la cellula — madre essenziale — che deve essere la base di ogni apostolato. Infine, supponendo realizzata la conquista, almeno in parte, si saranno aggregate a lei tutte le nuove cellule, per vivere la vita comune. Immaginate il più magnifico dei catecumenati e noi diremo quanto è necessario — separatelo finché volete dal grosso dei fedeli: bisognerà pure che, quando i catecumeni saranno stati formati, vengano un giorno a raggiungere il resto del gregge. Senza dubbio, a rigore, potrebbero per tutta la vita trovare il loro rifornimento spirituale fuori della parrocchia, ma dove andrebbero, se non in parrocchia, per tutti gli atti ufficiali della loro vita cristiana, per il loro matrimonio, per il battesimo dei loro figli, per la sepoltura dei loro genitori?

Di qui e vi ritorneremo sopra nel nostro ultimo colloquio non solo il dovere, ma l’urgenza per la parrocchia di diventare accogliente nei riguardi dei nuovi convertiti. La parrocchia è pronta ad accettare, si fa un dovere di accettare tutto l’aiuto che può venirle da altre parti: dovrebbe anzi avere abbastanza iniziativa per suscitare questo aiuto, per chiamare all’azione tutte le forze possibili: dovrebbe offrire deliberatamente il posto a tutti coloro che si presentano per lavorare alla conquista, perchè in fin dei conti, da qualunque parte vengano, lavorano per lei.

Ma di qualsiasi genere siano queste forze nuove, per quanto siano generose, potenti, ingegnose, e necessarie, indispensabili, la parrocchia rappresenterà sempre il grosso delle forze, presso a poco come nelle battaglie d’ogni tempo c’è voluto e ci vuole ancora il grosso delle forze di fanteria. La fanteria è battuta, se non accetta le armi e le strategie moderne: ma quando l’aviazione oi carri armati l’hanno preceduta e aiutata, resta ancora indispensabile, e nulla si conclude senza che essa abbia dato dovunque il suo decisivo apporto.

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 001

PRELIMINARI

Un parroco della «banlieue» è un cattivo autore. Dove troverebbe il tempo per scrivere? Dall’ora della Messa alla chiusura dell’ultima riunione serale, le sue giornate sono intieramente occupate dalla cura dei parrocchiani: visite da fare, confidenze da ricevere, amministrazione del beneficio.

Quando mai potrebbe, quel pover’uomo dedicarsi ad un lavoro di composizione? Non è ancora entrato nel mondo dei suoi pensieri, che già la campanella del presbiterio lo chiama a risolvere problemi concreti. Inoltre, le sue visuali sono forzatamente limitate. Tutto dedito al settore confidatogli dal vescovo, come potrebbe avere le vedute generali, gli elementi necessari per un lavoro d’insieme? E nondimeno, se non è un parroco che parla della parrocchia e del ministero parrocchiale, chi ne parlerà dunque? Quante volte noi parroci ci siamo irritati alla lettura di certe pagine di pastorale, perchè capivamo che esprimevano solo vedute astratte! Non erano state vissute prima d’essere scritte.È troppo facile osare degl’indirizzi per il ministero, stando a tavolino, con le categorie mentali d’un impiegato d’ufficio!

Ecco perché, dopo aver molto esitato ed infine accettato, quando Padre Maydieu mi domandò di scrivere per i lettori di «Incontri» (1) le mie idee sulla parrocchia operaia, ho rifiutato di redigere l’opera ed ho chiesto un collaboratore. Così il nostro pensiero si è rivestito dello stile di Padre Chéry, pieghevole come una cappa domenicana. Dico «il nostro pensiero» perché i miei vice-curati ed io siamo tutt’uno; abbiamo vissuto insieme questo libro, prima di redigerlo; esso è il risultato della nostra comune esperienza e delle nostre lunghe meditazioni di gruppo a contatto con la realtà. Ecco perchè, anche quando parla soltanto lui, il parroco dice «noi»: non è un ‘plurale maiestatico’, ma un plurale di realtà.

– – –

I miei confratelli nel ministero non devono vedere in questo lavoro la minima pretesa di dare loro una lezione. Se certe espressioni sono taglienti e certe affermazioni perentorie, perdonino la mia sgarbatezza. Un uomo d’azione è sempre un po’ eccitato: crede alla sua iniziativa, ci si butta anima e corpo, non si preoccupa gran che di curare le sfumature. Dettando queste pagine, io non ho avuto l’intenzione di comporre un trattato di pastorale, e meno ancora di dare il modello d’una parrocchia missionaria.

Mi è stato chiesto cosa abbiamo fatto a Colombes, in quelle date circostanze di tempo, di luogo e di persone in cui ci siamo trovati. Io l’ho detto. Altrove, avremmo senza dubbio agitato diversamente. Negli anni prossimi, io invecchierò, avrò intorno a me altri collaboratori; probabilmente il nostro metodo si evolverà. «Solo gli imbecilli ed i morti sono incapaci di cambiare», diceva non so più chi…

Non si prendano dunque i nostri capitoli per altrettante ricette bell’e fatte. Le parrocchie sono troppo diverse le une dalle altre; gli uomini che Cristo ha scelto per evangelizzarle sono troppo differenziati dalla loro natura e dalla loro grazia; i dati di pastorale sono fattori psicologici in cui si mescolano troppe cose imponderabili, perché sia ​​possibile dosarli in recipienti chiusi, apponendovi in ​​anticipo il cartellino indicante la quantità.

– – –

Io ammiro coloro che, dalla torre isolata del loro scrittoio, fanno piani progressivi per la conversione delle parrocchie o per la penetrazione di certi ambienti. La realizzazione di questi piani si rivela purtroppo, talvolta carente; è l’unica cosa che costoro non avevano previsto. Ci sarà sempre la parte, insostituibile, dell’intuizione, e la parte ancor più grande e indispensabile della grazia: e questo impedirà sempre di tracciare in anticipo i sentieri di qualsiasi cura pastorale. Eppure, spesso certi confratelli, venutici a vedere da diverse parti della Francia, o interrogati per caso sui nostri incontri, ci hanno dimostrato di pensarla come noi su moltissimi punti. Inciampavano nei medesimi ostacoli, scoprivano le stesse prospettive, indovinavano possibilità simili, vedevano crollare le identiche cose antiquate.

È quindi possibile che queste pagine abbiano un interesse generale. Non pensiamo che esse debbano schiudere orizzonti totalmente nuovi: vorremmo solo che catalogassero tante idee sparse, le quali non osano esprimersi. Altri più prudenti di noi avrebbero indubbiamente esitato a trattare certi argomenti un po’ scottanti… Se ci vuole un paio di spalle per portare questa responsabilità, prestiamo le nostre. In cambio, vogliano i nostri confratelli fare una preghiera, affinché la parrocchia del Sacro Cuore di Colombes non abbia troppo a soffrire per il fatto d’avere un parroco che l’ha qualche volta abbandonata per lavorare a questo libro.

 

G. MICHONNEAU

Parroco del Sacro Cuore

 

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(1) Collana da cui sono usciti: «Francia, paese di missione? e «Problemi missionari della Francia rurale», ai quali si aggiunge la presente opera.