Parrocchia Comunità Missionaria pagine 83-90

UN APOSTOLO MISSIONARIO

  

I – IL PROBLEMA DELLE OPERE

 

Restaurare od instaurare una liturgia vivente è indubbiamente molto importante per l’apostolato missionario, poiché si tratta di offrire ai nuovi convertiti un culto espressivo, capace di sedurli e d’orientarli verso Dio. E bisogna ancora che essi  vengano a parteciparvi… Perchè nella massa popolare vi siano «nuovi convertiti», bisogna anzitutto essere andati a cercarli. Quali mezzi voi pensate siano utili per questo?

Ecco evidentemente il problema capitale, ed il problema più difficile. Ci troviamo qui nel centro del nostro studio e ci vorrà un certo numero di colloqui per venirne a capo.

Esaminiamo anzitutto ciò che è stato fatto in questo senso. Da circa un secolo, si è intrapreso uno sforzo considerevole nel senso apostolico, sforzo d! intelligenza, di iniziativa, di abnegazione, il quale forma l’ammirazione di tutti quelli che guardano le nostre parrocchie. Si suole riassumere tutto questo insieme sotto il vocabolo «opere». Dacché si è accorta dell’invadente scristianizzazione, la Chiesa di Francia ha creato un complesso di opere che si ritrova più o meno in tutte le parrocchie, e certune di quelle opere ha una notevole vitalità. Quando un parroco può dire con verità: «Abbiamo delle belle opere», significa che egli è a capo d’una parrocchia che «cammina bene», né lui né i suoi vicecurati hanno da stare in ozio. Quando si paragona quel che era in altri tempi la parrocchia con ciò che è ora, si sta in ammirazione del cammino percorso e ci si domanda come dei preti, in generale più numerosi una volta, potevano occupare bene il loro tempo e specialmente quali contatti potevano avere con gli «infedeli» : Oggi la parrocchia non si capisce più senza quella rete di opere.

Sono le colonne della parrocchia — diceva un curato che se ne intendeva.

È assolutamente il vostro parere?

Sì, per il momento. Se ad un tratto si sopprimessero le opere nella maggior parte delle parrocchie, queste sarebbero improvvisamente ridotte a nulla in fatto di apostolato. Non si tratta dunque di proporre in questo capitolo la loro soppressione e noi chiediamo di non essere fraintesi sulle nostre intenzioni. Diremo quindi con forza tutto il bene che ne pensiamo. Non sarà con l’insidiosa e perfida volontà di coprirle di fiori per poi meglio soffocarle, di abbracciarle per designarle meglio alla vendetta pubblica. No, diremo ciò che ogni uomo che guarda è costretto ad ammettere, e quello che con tutti, noi ammiriamo ed ammettiamo. Ma le opere sono diventate talmente necessarie, si sono così profondamente integrate nell’apostolato parrocchiale, tutti le hanno prese e le prendono tanto a cuore, che secondo noi si arrischia di non più avere fermezza sufficiente per giudicarle e per apprezzarne il rendimento. Utilizzando troppo lo strumento, non si ha più il tempo bastante per verificarlo e per verificare la sua applicazione. Nel corso della nostra esperienza di parroci e viceparroci, abbiamo notato certe impotenze e certe deficienze che ci stimiamo in obbligo di segnalare.

Innanzi tutto, non credete che s’imponga una distinzione? moltissime realtà vengono incluse sotto questo nome di «opere»: taluni vi fanno entrare tutto, da quelle che organizzano i divertimenti fino alla I.O.C.; bisognerebbe forse delimitare il terreno.

Sì, perchè altrimenti ci si farebbe dire ciò che non vogliamo dire… Noi non chiamiamo «opere» i movimenti specializzati d’azione cattolica — ad esempio la I.O.C. — per quanto in certe parrocchie si siano dimostrati incapaci di concepirli altrimenti e si sia finito per ridurli ad essere soltanto opere… («Ci tenete tanto ad una I.O.C.F.? — diceva quel buon curato. Benone! Io non sono pignolo ed istituisco la I.O.C.F.; ci sono già ventitré opere nella mia parrocchia: con questa saranno ventiquattro…»). Non chiamiamo neppure «opere» le organizzazioni sociali del lavoro, sindacati cristiani ed altri. Il loro scopo è in primo luogo professionale: non hanno a che vedere col lavoro parrocchiale.

Ciò che noi intendiamo per «opere» sono anzitutto le istituzioni create in margine alla chiesa per radunare, custodire, educare i fanciulli, i giovani e una parte degli adulti: patronati, colonie estive, ragazzi esploratori, circoli rionali, società ginnastiche o sportive, fanfare, associazioni maschili, corali, ecc… Vi sono poi le opere di carità, destinate a mostrare il carattere caritatevole della Chiesa e a permettere ai cattolici d’esercitare la loro devozione: associazione di San Vincenzo de’ Paoli, dispensari, minestre popolari, assistenza alle madri, ecc… Ed infine le opere di propaganda: stampa, cinematografo, teatro, e via dicendo; opere destinate ad influenzare, ad attirare più ampiamente (1).

C’è una tale differenza, per cui è difficile giudicare nell’insieme.

Noi saremo infatti costretti a distinguere: ma in massa bisogna lodarle altamente. Si sa ciò che le opere hanno rappresentato nella restaurazione che la Chiesa di Francia ha operato nel secolo XIX e più specialmente dopo la «Separazione», come esse hanno rinnovato l’attività cattolica, stretti i credenti intorno al clero, esteso talora la zona d’influenza di questo, manifestata la vitalità cristiana agli occhi degli indifferenti.

In una parrocchia che possiede una rete di opere bene organizzata, tutti i fedeli trovano nelle istituzioni parrocchiali una risposta a quasi tutti i loro bisogni: i bambini possono venire a giuocare, i giovani e le ragazze fanno sport, campeggi, musica, le famiglie vengono a distrarsi alle rappresentazioni cinematografiche o teatrali, gli uomini hanno il loro giuoco di bocce o di carte, la biblioteca parrocchiale fornisce libri ai piccoli o ai grandi, l’istruzione religiosa è raggiunta attraverso i vari circoli di studio, i poveri ricevono soccorsi, i malati sono curati. La «Città parrocchiale», col suo salone, con le sale più piccole, che servono alle riunioni dei gruppi, coi suoi campi da giuoco, con la cappella delle opere, ecc., dà un’impressione di potenza, che giustamente riempie di fierezza il pastore e le sue pecore. Le opere sono veramente le colonne della parrocchia; ci si domanda che cosa sarebbe senza di esse la tale o tal altra parrocchia popolare (2).

Non credete che opere così potenti corrano il pericolo di accaparrare tutta l’attività del clero e di esaurire tutte le risorse della parrocchia?

Bisogna senza dubbio riconoscere che esse costano moltissimo denaro, tempo e forza. Si può infatti dire che accaparrano tutte le disponibilità del clero e degli ausiliari. Per costruire i locali necessari, per conservarli, per migliorarli, per lanciare il cinematografo, per pagare i maestri e le maestre di scuola, per sostenere le colonie estive e le opere assistenziali, quanto denaro ci vuole!… Appena ci si è lanciati in questa impresa, si è divorati dalle preoccupazioni di ordine materiale: bisogna fare la questua, organizzare vendite di beneficenza, lotterie, inventare ingegnosi procedimenti per trovar denaro: e il tenore della predicazione ne risente molto. E siccome il successo chiama con sé il progresso, non ci si riposa mai sui risultati ottenuti, si vedono le cose sempre più sempre grandi, sempre più perfette, si è presi in un ingranaggio amministrativo (progetti, preventivi, fornitori, fatture, tasse, ecc…): ciò che era solo mezzo in ordine intentionis rischia, in ordine executionis, di diventare un fine. E d’altronde le opere sono tremende divoratrici dell’attività del clero: prendete un vicecurato e calcolate con lui il tempo che ha trascorso nella preparazione delle sedute ricreative, nell’elaborazione del programma cinemato-grafico, nell’organizzazione e nella direzione della sua colonia, nell’allestimento del bollettino, nel buon andamento del patronato, tenendo conto della scala dei valori di ogni cosa, e vedrete che egli vi ha speso tutto il suo tempo, che quasi ogni sera ha vegliato sino a tarda ora e che spesso vi si sfinisce fisicamente e psicologicamente. Ma in compenso il risultato ottenuto non è scarso: grazie a questo sforzo veramente sovrumano, in certe epoche di anticlericalismo, è stato gettato un ponte fra il clero e la vita. Si è vista la sottana dovunque, ed essa suscitava simpatia; nessuno poteva dire che il sacerdozio fosse una sinecura: molti pregiudizi sono caduti ed è per merito delle nostre opere, in grandissima parte, che l’anticlericalismo ha dato luogo ad un’indifferenza religiosa improntata a cordialità verso i preti: (è un bene? Ecco una questione che si potrebbe dibattere). Il loro insieme, ben coordinato dalle direttive d’opere, diocesane e nazionali, ha dato alla Chiesa di Francia un sicuro prestigio: il governo, anche nei momenti in cui era estraneo al pensiero cristiano, per non dire di più, ha dovuto convenire che il cattolicesimo esisteva come un corpo vivente nella nazione, e trattarlo come tale: grazie alle sue opere, è presso di noi come una forza di cui bisogna tener conto: la sua influenza supera il nu— mero, strettamente contato, dei praticanti. Dal 1900 al 1940 esse hanno rifatto una gioventù che si è sviluppata nell’orbita del cattolicesimo, senza il favore del governo e spesso contro la sua ostilità. Ma soprattutto esse hanno tratto fuori da questa gioventù un reale fior fiore, una speranza per sempre, formata a pensare cristianamente e a vivere di Cristo. Migliaia di giovani, di ragazze, di giovani famiglie devono a queste, se hanno potuto avvicinare personalmente il prete e se ne hanno ricevuto un impulso morale che ha orientato la loro vita; se hanno beneficiato d’un insegnamento religioso che le sole prediche della chiesa non avrebbero loro dato. È grazie alle opere, in gran parte, che le nostre cerimonie parrocchiali rivestono il loro splendore, che certi posti sono sempre occupati, che i nostri preti hanno della gente che li frequenta: è ancora grazie alle opere che, come si suol dire, si hanno in mano le «generazioni di domani». Senza contare, cosa non trascurabile, che esse forniscono ai cattolici pieni di generosità elementi che possono fungere da capi al servizio della Chiesa.

Magnifico risultato; ma voi parlavate d’impotenze che si rischiava di non vedere. Tutti sono d’accordo sui benefici delle opere. Credete utile continuare ad esaminare le loro benemerenze?

Pensiamo di no: perchè, nella strategia apostolica come in quella militare, è importante non lusingarsi.
— Non cercate di dirmi ciò che mi fa piacere — diceva Foch ad un ufficiale di collegamento. — Ditemi invece la verità.

La cosa più urgente non è di consolarci, ma di vedere a che punto siamo. A quale scopo incoraggiare noi stessi con l’enumerazione compiacente dei benefici o assaporando i risultati ottenuti?

Noi diremo dunque semplicemente ciò che pensiamo; diremo quello che abbiamo veduto, e risalendo dai fatti alle cause esporremo quello che ci sembra il motivo degli smacchi o dei successi troppo limitati. Nessuno dovrà vedere nelle nostre osservazioni una requisitoria contro questa o quell’opera, una posizione assunta in anticipo, un partito preso qualsiasi.

Voi prendete un mucchio di precauzioni oratorie. È dunque un argomento così scottante?

Non dovrebbe esserlo, e di solito fra preti lo si discute serenamente, come pure fra laici: alle volte, però, la discussione s’inasprisce. Noi vorremmo perciò cominciare col dire perchè succede che un dibattito sulle opere somigli talora alle vane discussioni politiche che ingombrano le colonne dei giornali o i discorsi delle pubbliche riunioni, piuttosto che ad una ricerca fraterna e inquieta dei più efficaci mezzi d’azione. Ci si sforza a legittimare ciò che si è fatto, la tattica che si è usata, più che a vedere i ripiegamenti che si sono potuti introdurre a poco a poco e a verificare (per cambiarli, se mai) i metodi.

Si tratta infatti d’un problema vitale e di conseguenza d’un complesso problema il quale, complesso come la vita, non trova una soluzione completa. I nostri poveri mezzi, le nostre infime ricette non portano mai rimedio che ad uno degli aspetti del male. Quando una discussione sulle opere consiste nel brandire un metodo, il «proprio» metodo, per scagliarlo in testa agli altri ed eliminarli, è subito sterile, se non nociva, almeno alla pace fraterna.

Quando ci si è messi anima e corpo in un’opera, quando con cuore d’apostolo si è atteso qualche risultato e taluni di questi risultati sono venuti a farci vivere dolci ore di consolazione, fa sempre male girare la medaglia per vederne il rovescio. Dopo aver fatto tanti sforzi e provato tanta gioia per i risultati, perchè arrischiare di perdersi d’animo con lo spettacolo degli smacchi? Quando, del resto, si è uomini d’azione, tutti tesi al lavoro, verso il progresso delle proprie opere, si ha il tempo di fermarsi per istrada e di guardare indietro, col pericolo di perdere lo slancio? Allora uno se la piglia con tutti quelli che vengono a dargli una doccia fredda o che lo fanno rallentare per chiedergli se ha preso la strada buona. Questo spiega l’atteggiamento di tanti direttori di opere zelanti dinanzi ad un’«opera nuova» al «metodo nuovo». Quanti parroci, in passato agli avamposti delle opere, tirano indietro le briglie che ormai tengono i loro vicari e piangono nel vedere abbandonati quei metodi che essi, da vicari, usavano una volta con successo! Certo, a noi parroci accade di preoccuparci legittimamente dei cambiamenti bruschi e molteplici di certi viceparroci, che hanno solo il gusto delle novità e che demoliscono prima di domandarsi quale valore avrà ciò che costruiranno in sostituzione. Ma non ci succede anche di tremare un po’ troppo davanti alle iniziative? Diceva un giorno un vicecurato:

«Nulla io temo quanto un parroco che in altri tempi si sia occupato del patronato e con esito buono: perchè egli vuole assolutamente che si faccia come lui: vent’anni or sono era un rivoluzionario, ma oggi non lo è più».

La stoccatina ha un fondo di verità, se si pensa infatti alle generazioni che, specialmente all’epoca nostra, si succedono a ritmo accelerato, con temperamenti diversi, con gusti diversi, con bisogni diversi, con condizioni di vita totalmente mutate. Ciò che ieri piaceva non piace più oggi; ciò che dieci anni fa faceva del bene, oggi forse non lo farebbe più. Così certamente si spiega che certi curati, i quali un tempo come vicecurati hanno duramente lottato per ottenere dal loro parroco il permesso d’intraprendere certe opere, fanno a loro volta soffrire al loro vicecurato ciò per cui hanno tanto sofferto.

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(1) In tutto questo capitolo non parleremo delle scuole parrocchiali, perchè esse rappresentano un settore a parte. Non ne abbiamo sul nostro territorio e non vorremmo esprimere su di esse il nostro pensiero, che non sarebbe fondato su un’esperienza fatta da noi, o presso di noi. Se qua e là ne facciamo menzione, se sembriamo sfiorare il soggetto, si sappia in ogni caso che non si tratta che delle nostre parrocchie scristianizzate, e che noi ci guarderemmo bene dal portare un giudizio sull’insieme del problema.

(2) Ci si stupirà forse che noi sembriamo porre su un piano d’uguaglianza ogni specie d’opere, e che nella nostra enumerazione il cinematografo si trovi accanto alla biblioteca. Non pretendiamo con questo di confonderle: quando le nominiamo insieme, è sempre sotto una luce che è loro comune. Qui si tratta del tempo e degli sforzi che richiedono: più oltre, quando si tratterà di valutare il loro rendimento apostolico o le possibili deficienze di alcune di esse, faremo le necessarie distinzioni. Quando pare che ci confondiamo, si è che guardiamo sotto un punto di vista in cui la distinzione non è necessaria.

Parrocchia Comunità Missionaria pagine 078-082

Incontrate difficoltà nel fatto del miscuglio di «classi» e di culture che si opera necessariamente nella Chiesa?

Nessuna. In una parrocchia popolare come la nostra, è di somma importanza che tutta l’atmosfera della nostra preghiera comune sia «operaia». Questo può far stupire, poiché la chiesa è il convegno di tutta l’assemblea cristiana, il luogo dove non esiste distinzione di classe. E certamente, dopo cinque anni di sforzi, le nostre cerimonie di Colombes non sono ormai più segnate da questa distinzione: ma noi abbiamo cominciato col dare loro come un colorito operaio. Bisogna infatti che non solo gli operai si sentano a casa propria in chiesa, ma che perdano l’impressione, data da tante altre parrocchie, che la religione è fatta per i «borghesi». Inoltre, se vogliamo che la preghiera li prenda in tutta la loro vita, che essa sia l’espressione delle loro pene, dei loro sforzi, delle loro gioie, dei loro bisogni reali, bisogna pure che vi si tratti, e spesso, della loro officina, del loro laboratorio, del loro banco di lavoro, del loro focolare, delle loro difficoltà per tirare avanti nella vita.

In una parrocchia operaia bisogna parlare della loro classe operaia. Immaginiamo quanto possono essere efficaci per loro degli inni come il seguente:

“All’inizio del giorno, s’eleva la mia preghiera,
L’opera delle mie mani sia benedetta da te, o Signore
Perchè tutti gli operai siano «edificati»
Da questo lavoro compiuto sotto il tuo sguardo divino”.

Oppure ancora questa strofa del medesimo cantico:
“O mio Dio, fate che oggi, nella classe operaia
Ci sia più pace, più gioia, e la vita sia più bella
E che fedelmente io mi sforzi di fare
Con tanto amore la tua volontà”.

E così pure nelle coreografie e negli addobbi delle feste, bisogna che il popolo ritrovi le cose di casa sua, della sua vita: evidentemente questo non vuol dire che siano cose triviali o di cattivo gusto.

E gli altri parrocchiani (i commercianti, i liberi professionisti, che non mancano certo nella vostra parrocchia) che cosa ne dicono?

Naturalmente qualcuno ha protestato: c’è persino chi continua a protestare;… ma son persone, che non hanno capito. Ma, che volete? una reazione ha sempre un carattere di reazione: per riuscire, dev’essere un po’ forte. Quanto a noi, se esageriamo un pochino in questo senso, calcando più del necessario sulla vita operaia, siamo così sicuri che si ristabilirà l’equilibrio dopo di noi ed intorno a noi. Del resto, a poco a poco, tutto si sistema. Una volta rotto il ghiaccio — il ghiaccio del formalismo borghese — diventa assai meno necessario insistere sul carattere operaio della nostra preghiera in comune. Dal momento in cui i nostri operai si sanno «in casa loro», amati da noi, non hanno più bisogno che glielo facciamo sentire. Così tutto rientra gradatamente nell’ordine e la stessa liturgia popolare diventa la preghiera di tutti, il coro in cui si armonizzano tutte le voci.

Che cosa pensate dei chierichetti?

…Pensiamo che cento volte, nelle nostre visite a domicilio, abbiamo udito la stessa riflessione:

— Oh! sapete.„ Io ho fatto una cura di preghiere e di cerimonie per tutta la vita: sono stato chierichetto sino a 17 anni!…

Quale confratello non l’ha sentito dire come noi, e talora dalla bocca dei più accaniti contro la religione? Questo triste risultato ci fa riflettere. Se ogni domenica, e spesso in settimana, mobilitiamo i migliori bambini della parrocchia per arrivare a ciò, è certo meglio astenersene. Indubbiamente quelle parole sono spesso una scusa e la ragione invocata non è la vera causa dell’apostasia, ma bisogna tuttavia stare attenti a non aiutarla.

Uno dei primi motivi di questo smacco non sarebbe che, per il servizio dell’altare, noi cerchiamo troppo i «fanciulli savii», quelle graziose, piccole «nature morte» (o addormentate) che non farannomai uno scarto né in un senso né nell’altro, ma che troppo spesso mancano di personalità? Un confratello, al quale facevamo osservare ciò, ha avuto il cinismo di rispondere:  È vero: ma, caro mio, è fra quelli che troviamo le vocazioni.

Ah, questo poi no! Se il gruppo dei chierichetti deve essere una casta reclutata fra i «colli torti» o i «piccoli modelli», e questo allo scopo di darci vocazioni sacerdotali… grazie tante! Da noi, abbiamo ogni anno numerosi ingressi nel piccolo seminario (quindici in cinque anni, senza parlare delle vocazioni tardive): ma non sono tutti ex chierichetti, e specialmente non di quella categoria. Non si faccia del gruppo dei chierichetti, e soprattutto dei chierici, una casta chiusa. È così facile! tutto contribuisce a formarla: un reclutamento serrato, riti, riunioni numerose, una iniziazione complicata, e per di più l’impressione di una superiorità sui comuni fedeli.

Nulla di meglio per sottrarre i nostri fanciulli e i nostri giovani al loro ambiente e per togliere loro il senso della conquista. Ci rallegriamo nel vedere dei bambini che sanno a menadito i principii della liturgia, le regole della messa solenne e della Settimana Santa, o magari anche del Pontificale; ma che bisogno ne hanno? a che cosa servirà loro tutto questo nella vita operaia e per pregare nel loro futuro focolare? Noi li «ecclesiastichiamo» e niente altro: tanto più che, in fondo, non è difficile, perchè basta un po’ di memoria e di contegno. È assai più duro mescolarsi a dei compagni di laboratorio, per guadagnarli al Signore, e compromettersi davanti ad essi, e darsi anima e corpo alla conquista d’un ambiente di lavoro. È molto più arido, più esigente, più ricco d’insuccessi. Allora, se noi proponiamo ai nostri giovani un’altra attività, fatta tutta di gesti, di atteggiamenti, un’attività che richiede solo un lavoro di memoria ed un po’ di decoro, corriamo il gran rischio di vederne alcuni accontentarsene e perdere ogni senso apostolico.

Non esagerate?

Come lo vorremmo! Ma noi ricordiamo troppi esempi. Senza andare a cercare altrove, da noi, nella nostra parrocchia dove tutto sembra aperto alla conquista, dove la liturgia stessa è missionaria al cento per cento, ecco quel che accadde quattro anni or sono.

Avevamo lasciato ad un laico la cura di formare i nostri chierici, avvertendolo che chiedevamo loro assai meno di conoscere le rubriche che di essere edificanti per il contegno e per la regolarità. Il nostro giovanotto si dedicò tutto al suo compito, dimenticò un poco i nostri consigli e fece sostenere ai giovanetti ogni specie d’esame di cerimonie. Tutto andava bene, vero? Ebbene, in un giorno festivo, per una ragione d’interesse generale, non potemmo celebrare la messa solenne e dovemmo accontentarci di quella dialogata. Che cosa accadde? I nostri chierici scioperarono, affermando di non voler più servire in una parrocchia dove non ci sarebbe più stata la messa grande. Fu inutile spiegare loro che si trattava del bene generale, che eravamo in parrocchia missionaria, ecc… Nessuno poté convincerli: le anime da salvare, l’adattamento necessario per i parrocchiani, i sacrifici inerenti alla conquista, erano argomenti che non li riguardavano. Li interessava un’unica cosa. avevano imparato i riti della messa solenne e volevano applicarli. La loro soddisfazione personale, anzitutto; il resto non contava!

Come fare, allora? Bisogna sopprimere i chierichetti ed i chierici?

No: come faremmo per le nostre cerimonie? Ma in primo luogo bisogna guardare al bene della loro anima, prima di pensare al nostro proprio comodo, e non mobilitare, per esempio, dei poveri bambini sino a far loro servire due o tre messe di seguito, col pretesto che non abbiamo nessun altro per risponderci.

Ecco ora un altro modo di procedere che ci sembra assai migliore: l’abbiamo visto applicare con successo a Nostra Signora della Speranza. Non c’è nessun gruppo speciale di chierichetti e di chierici: tutti i bambini della parrocchia sono invitati a servire, e in realtà l’impulso è stato dato in maniera tale che, prima della messa, il prete incaricato di ciò ha solo da aprire la porta della sacrestia per avere l’imbarazzo della scelta. Ed infatti, fra tutti quelli che gli si affollano intorno tendendo le braccia, egli sceglie chi in quel giorno gli pare meglio disposto. Quindi, niente separazione, niente distacco di chierichetti, niente differenze, affinché a tutti resti l’impressione che il compimento dei riti non è tutta la religione.

Sappiamo anche ammettere che certi ragazzi dell’ambiente operaio non provino nessun gusto per questo genere di coreografie, e comprendiamo bene i no stri militanti operai, della I. O. C., od altri, quando non vogliono compromettersi agli occhi dei compagni indossando una sottana. Non serbiamo nessun risentimento a loro riguardo; sappiamo essere discreti. Alcuni non oserebbero rifiutare e soffrirebbero: altri accetterebbero senza vedere gli inconvenienti: in tutti i casi, la loro influenza potrebbe subirne le conseguenze.

Concludendo questo colloquio sulla Liturgia, vorremmo sottolineare che, se ha una grande importanza, non è tuttavia il principale nelle nostre riflessioni sulla parrocchia missionaria. Ora, spesso ci è parso, nelle conversazioni avute coi confratelli che ci avevano interrogati su quel che facevamo, che per essi tutti i problemi di pastorale si riducessero a questo capitolo. No, purtroppo: sarebbe certo più facile; ma se è necessario dare alle nostre comunità cristiane un’intensa vita di preghiera in comune, l’adattamento liturgico non è il solo rimedio ai mali di cui soffriamo. Lo spettacolo della miseria delle anime, l’ansia della conquista esigono altri sforzi più ardui, più importanti e più urgenti. In caso contrario, essi contribuiranno ad intensificare la preghiera comune e creare un’anima comune.

Saluto al vescovo Francesco

Saluto al Vescovo Francesco e ingresso del Vescovo Nicolò
Come già diffuso gli organi di stampa, confermo che il saluto al nostro Vescovo Francesco sarà domenica 8 gennaio alle ore 16,30 in Cattedrale. Ci sarà possibilità di seguire la celebrazione anche in Sala Manzoni.

L’ingresso del nuovo Vescovo Nicolò avverrà domenica 22 Gennaio con questo il programma:
ore 15 inizio in P.zza Cavour per il saluto delle autorità e del Vescovo alla città, cui segue un breve corteo fino alla Cattedrale.
ore 16,30: S. Messa solenne in Cattedrale.

Per consentire la partecipazione ordinata alla celebrazione dell’ingresso, verranno distribuiti dei pass per  le diverse componenti della comunità diocesana e di quella genovese.

In particolare si chiede di seganalare, entro il 10 gennaio 2023, alla Segreteria Diocesana o alla Segreteria del Vescovo 3 rappresentanti per ogni parrocchia e 2 rappresentanti per ogni Aggregazione Laicale.

Coloro che vorranno partecipare, ma senza il pass, potranno seguire la celebrazione sul sagrato davanti al cattedrale oppure nella chiesa dei Paolotti, dove verranno allestiti dei maxischermo.

Le due celebrazioni verranno trasmesse in diretta da Icaro TV (canale 18) o in streaming su Icaro Play o sul sito diocesano. Inoltre è opportuno non celebrare le messe vespertine delle due domeniche (almeno nel Vicariato Urbano).

Un nuovo vescovo per Rimini

mons. NICOLO’ ANSELMI

Se la povertà diventa una colpa e il lavoro punisce i fannulloni 

Cosa rivela la decisione di rivedere il Reddito di cittadinanza

di LUIGINO BRUNI su Avvenire 24/11/2022

È sempre più chiaro perché il nuovo governo abbia voluto il merito tra le sue parole-chiave. Ce lo rivela anche il programma di ridimensionamento (da subito) ed eliminazione (dal 2024) del Reddito di cittadinanza (Rdc), perché il merito che giustificherebbe la riscossione del reddito sarebbe l’impossibilità di lavorare pur volendo lavorare.

Se, invece, pur potendo lavorare qualcuno decide di non farlo, gli sarà tolto “anche quello che ha”.

Nell’immaginario di chi ci governa, tra quel un milione circa di cittadini – che percepiscono in media attorno ai 500 euro mensili – ci sarebbe dunque una significativa quota di colpevoli. Poi, uno guarda i dati e si chiede da dove provenga questa convinzione. Chi conosce almeno alcune delle famiglie percettrici di Rdc, sa benissimo che se queste persone non lavorano è quasi sempre per qualche ragione seria, ragioni complesse, ma la distanza tra i governanti e i poveri veri è un grande problema della democrazia.
I potenti parlano di poveri in astratto come io parlo di Marte e di Saturno, quindi sono totalmente incompetenti in materia – incompetenza pratica e teorica.

La povertà o, come preferisco dire per amore di Cristo e san Francesco, la miseria, è una questione di capitali non di redditi, lo andiamo ripetendo, invano, da almeno dieci anni su queste colonne. Chi è “povero” lo è per una mancanza cronica di capitali educativi, sociali, professionali, famigliari, sanitari, emotivi, relazionali, e questa mancanza di capitali (di stock) si manifesta in una mancanza di flussi (reddito, denaro). Ciò significa che se voglio combattere la povertà/miseria devo agire sui capitali delle persone e delle loro comunità, non sui redditi delle persone. Le povertà sono rapporti malati non solo portafogli individuali vuoti.

È stata questa confusione teorica e pratica che fece dire ai primi proponenti dell’attuale Rdc che con esso avrebbero “eliminato la povertà”: con un extra-reddito non si elimina la povertà, si rende solo possibile la sopravvivenza e si garantisce un minimo di dignità a chi deve mangiare senza recarsi ogni giorno, con i figli, nelle mense gratuite (dove e quando ci sono ogni giorno).
Quella dichiarazione fu un errore culturale ed economico. Ma oggi di errori se ne stanno commettendo di più gravi, e da più punti di vista.

Togliendo il Rdc a chi è “occupabile” e non lavora si pensa di compiere un atto di giustizia, e per questa ragione trova anche un certo consenso in alcune persone per bene. Dove sta l’errore? Nel pensare che chi non lavora essendo in condizioni oggettive di poter lavorare sia un pigro, e quindi non si meriti quel denaro pubblico – ecco tornare la parolina magica “merito”.

Dai dati però sappiamo che circa tre quarti degli occupabili ha la licenza media, e circa l’80% non ha lavorato negli ultimi tre anni. Quindi, tendenzialmente, sono disoccupati cronici. Tra questi ci sono molti che pur avendo un’età per poter lavorare non riescono a lavorare – per fragilità emotive e relazionali, per un “capitale umano” troppo impoverito – , e che per poterlo fare avrebbero bisogno non di un corso di formazione di qualche mese ma di anni di lavoro sui suoi “capitali”, e mentre fa questi corsi ed è accompagnato dovrebbe sopravvivere e vivere magari con dignità. Ma, si dice, ci sono anche quelli che preferiscono stare a casa e non lavorare.

Certo, ma si dimentica che preferire il divano al lavoro è esattamente una forma concreta che assume la povertà di capitali delle persone; e il giorno in cui si capisce che quella non è una buona vita, la povertà è di fatto già superata.

Quando una persona, soprattutto se adulta, non lavora da anni ha dei problemi seri “ in conto capitale”. È già una persona fragile, è qualcuno a cui la vita ha reso molto complicato il cammino. Ci vogliono “ istruzioni morali per l’uso”’ di queste persone, perché si rompono molto facilmente. E invece negli ultimi tempi sono sottoposti dalla politica a un tristissimo mercato politico, come merce di scambio, usati per prendere voti da una parte o dall’altra, senza che nessuno conosca i loro nomi.

E così ci dimentichiamo che far lavorare persone che non lavorano perché non stanno bene è un’operazione estremamente difficile. Il lavoro non è una merce omogenea, non è qualcosa di indistinto che va bene per tutti e ovunque.

Questo è vero per tutti, ma è verissimo e cruciale per persone che hanno già molte difficoltà con la vita e quindi con il lavoro e con il suo mondo estraneo ed ostile, dal quale spesso si sono sentiti rifiutati, dove hanno fallito, dove sono stati umiliati, dove hanno perso auto-stima e dignità.

Il lavoro è un incontro di bisogni, è un intreccio di competenze, è uno sguardo reciproco di dignità. Se mi sento talmente poco qualificato e competente per offrire qualcosa agli altri, per superare questa mancanza antropologica – che andrebbe superata – c’è bisogno di molto lavoro di chi sta attorno a me.

Non basta qualcuno che mi dia l’ultimatum: se non accetti questa offerta di lavoro ti tolgo i viveri. Questa non è dignità, questa non è cittadinanza, è solo un’ulteriore umiliazione di persone già spesso umiliate e ferite.

C’è poi un altro grave errore etico, pensare che il lavoro sia un mezzo per punire i fannulloni facendoli finalmente lavorare: qualcuno in passato lo ha anche pensato e teorizzato (negli Opifici e nei Riformatori), ma la democrazia ha superato la visione del lavoro come punizione, e lo ha legato alla dignità della persona e alla sua fioritura umana.

È vero, infine, e lo sappiamo tutti, che è la reciprocità la legge aurea della vita civile, che ricevere qualcosa dagli altri in cambio di qualcosa che io sto offrendo loro è la via maestra della nostra felicità. Ma non tutti si trovano nella condizione soggettiva di poter essere dentro questa reciprocità civile, e duemila anni di cristianesimo ci hanno insegnato che valiamo e dobbiamo essere rispettati anche quando, per qualsiasi motivi, non siamo nelle condizioni di offrire qualcosa in cambio di un reddito. E se, in nome di questa mancanza di reciprocità, mi togli anche il reddito, la mia partecipazione alla vita civile diventa talmente infima fino ad azzerarsi, e torno a essere un invisibile scarto umano.

In tutte le società i poveri sono umiliati dalla vita e dai più forti. E oggi la politica preferisce chiudere un occhio o tutti e due sull’evasione fiscale dei ricchi, ma diventa spietata con i più fragili, e poi per tranquillizzarsi la coscienza ci vuole convincere che i poveri sono colpevoli della loro povertà. È l’arcaica “cultura della colpa” che dopo Giobbe e duemila anni di cristianesimo sta tornando a dominare le nostre anime: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete il povero» (Isaia 1,16-17).

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