Parrocchia Comunità Missionaria pagine 83-90

UN APOSTOLO MISSIONARIO

  

I – IL PROBLEMA DELLE OPERE

 

Restaurare od instaurare una liturgia vivente è indubbiamente molto importante per l’apostolato missionario, poiché si tratta di offrire ai nuovi convertiti un culto espressivo, capace di sedurli e d’orientarli verso Dio. E bisogna ancora che essi  vengano a parteciparvi… Perchè nella massa popolare vi siano «nuovi convertiti», bisogna anzitutto essere andati a cercarli. Quali mezzi voi pensate siano utili per questo?

Ecco evidentemente il problema capitale, ed il problema più difficile. Ci troviamo qui nel centro del nostro studio e ci vorrà un certo numero di colloqui per venirne a capo.

Esaminiamo anzitutto ciò che è stato fatto in questo senso. Da circa un secolo, si è intrapreso uno sforzo considerevole nel senso apostolico, sforzo d! intelligenza, di iniziativa, di abnegazione, il quale forma l’ammirazione di tutti quelli che guardano le nostre parrocchie. Si suole riassumere tutto questo insieme sotto il vocabolo «opere». Dacché si è accorta dell’invadente scristianizzazione, la Chiesa di Francia ha creato un complesso di opere che si ritrova più o meno in tutte le parrocchie, e certune di quelle opere ha una notevole vitalità. Quando un parroco può dire con verità: «Abbiamo delle belle opere», significa che egli è a capo d’una parrocchia che «cammina bene», né lui né i suoi vicecurati hanno da stare in ozio. Quando si paragona quel che era in altri tempi la parrocchia con ciò che è ora, si sta in ammirazione del cammino percorso e ci si domanda come dei preti, in generale più numerosi una volta, potevano occupare bene il loro tempo e specialmente quali contatti potevano avere con gli «infedeli» : Oggi la parrocchia non si capisce più senza quella rete di opere.

Sono le colonne della parrocchia — diceva un curato che se ne intendeva.

È assolutamente il vostro parere?

Sì, per il momento. Se ad un tratto si sopprimessero le opere nella maggior parte delle parrocchie, queste sarebbero improvvisamente ridotte a nulla in fatto di apostolato. Non si tratta dunque di proporre in questo capitolo la loro soppressione e noi chiediamo di non essere fraintesi sulle nostre intenzioni. Diremo quindi con forza tutto il bene che ne pensiamo. Non sarà con l’insidiosa e perfida volontà di coprirle di fiori per poi meglio soffocarle, di abbracciarle per designarle meglio alla vendetta pubblica. No, diremo ciò che ogni uomo che guarda è costretto ad ammettere, e quello che con tutti, noi ammiriamo ed ammettiamo. Ma le opere sono diventate talmente necessarie, si sono così profondamente integrate nell’apostolato parrocchiale, tutti le hanno prese e le prendono tanto a cuore, che secondo noi si arrischia di non più avere fermezza sufficiente per giudicarle e per apprezzarne il rendimento. Utilizzando troppo lo strumento, non si ha più il tempo bastante per verificarlo e per verificare la sua applicazione. Nel corso della nostra esperienza di parroci e viceparroci, abbiamo notato certe impotenze e certe deficienze che ci stimiamo in obbligo di segnalare.

Innanzi tutto, non credete che s’imponga una distinzione? moltissime realtà vengono incluse sotto questo nome di «opere»: taluni vi fanno entrare tutto, da quelle che organizzano i divertimenti fino alla I.O.C.; bisognerebbe forse delimitare il terreno.

Sì, perchè altrimenti ci si farebbe dire ciò che non vogliamo dire… Noi non chiamiamo «opere» i movimenti specializzati d’azione cattolica — ad esempio la I.O.C. — per quanto in certe parrocchie si siano dimostrati incapaci di concepirli altrimenti e si sia finito per ridurli ad essere soltanto opere… («Ci tenete tanto ad una I.O.C.F.? — diceva quel buon curato. Benone! Io non sono pignolo ed istituisco la I.O.C.F.; ci sono già ventitré opere nella mia parrocchia: con questa saranno ventiquattro…»). Non chiamiamo neppure «opere» le organizzazioni sociali del lavoro, sindacati cristiani ed altri. Il loro scopo è in primo luogo professionale: non hanno a che vedere col lavoro parrocchiale.

Ciò che noi intendiamo per «opere» sono anzitutto le istituzioni create in margine alla chiesa per radunare, custodire, educare i fanciulli, i giovani e una parte degli adulti: patronati, colonie estive, ragazzi esploratori, circoli rionali, società ginnastiche o sportive, fanfare, associazioni maschili, corali, ecc… Vi sono poi le opere di carità, destinate a mostrare il carattere caritatevole della Chiesa e a permettere ai cattolici d’esercitare la loro devozione: associazione di San Vincenzo de’ Paoli, dispensari, minestre popolari, assistenza alle madri, ecc… Ed infine le opere di propaganda: stampa, cinematografo, teatro, e via dicendo; opere destinate ad influenzare, ad attirare più ampiamente (1).

C’è una tale differenza, per cui è difficile giudicare nell’insieme.

Noi saremo infatti costretti a distinguere: ma in massa bisogna lodarle altamente. Si sa ciò che le opere hanno rappresentato nella restaurazione che la Chiesa di Francia ha operato nel secolo XIX e più specialmente dopo la «Separazione», come esse hanno rinnovato l’attività cattolica, stretti i credenti intorno al clero, esteso talora la zona d’influenza di questo, manifestata la vitalità cristiana agli occhi degli indifferenti.

In una parrocchia che possiede una rete di opere bene organizzata, tutti i fedeli trovano nelle istituzioni parrocchiali una risposta a quasi tutti i loro bisogni: i bambini possono venire a giuocare, i giovani e le ragazze fanno sport, campeggi, musica, le famiglie vengono a distrarsi alle rappresentazioni cinematografiche o teatrali, gli uomini hanno il loro giuoco di bocce o di carte, la biblioteca parrocchiale fornisce libri ai piccoli o ai grandi, l’istruzione religiosa è raggiunta attraverso i vari circoli di studio, i poveri ricevono soccorsi, i malati sono curati. La «Città parrocchiale», col suo salone, con le sale più piccole, che servono alle riunioni dei gruppi, coi suoi campi da giuoco, con la cappella delle opere, ecc., dà un’impressione di potenza, che giustamente riempie di fierezza il pastore e le sue pecore. Le opere sono veramente le colonne della parrocchia; ci si domanda che cosa sarebbe senza di esse la tale o tal altra parrocchia popolare (2).

Non credete che opere così potenti corrano il pericolo di accaparrare tutta l’attività del clero e di esaurire tutte le risorse della parrocchia?

Bisogna senza dubbio riconoscere che esse costano moltissimo denaro, tempo e forza. Si può infatti dire che accaparrano tutte le disponibilità del clero e degli ausiliari. Per costruire i locali necessari, per conservarli, per migliorarli, per lanciare il cinematografo, per pagare i maestri e le maestre di scuola, per sostenere le colonie estive e le opere assistenziali, quanto denaro ci vuole!… Appena ci si è lanciati in questa impresa, si è divorati dalle preoccupazioni di ordine materiale: bisogna fare la questua, organizzare vendite di beneficenza, lotterie, inventare ingegnosi procedimenti per trovar denaro: e il tenore della predicazione ne risente molto. E siccome il successo chiama con sé il progresso, non ci si riposa mai sui risultati ottenuti, si vedono le cose sempre più sempre grandi, sempre più perfette, si è presi in un ingranaggio amministrativo (progetti, preventivi, fornitori, fatture, tasse, ecc…): ciò che era solo mezzo in ordine intentionis rischia, in ordine executionis, di diventare un fine. E d’altronde le opere sono tremende divoratrici dell’attività del clero: prendete un vicecurato e calcolate con lui il tempo che ha trascorso nella preparazione delle sedute ricreative, nell’elaborazione del programma cinemato-grafico, nell’organizzazione e nella direzione della sua colonia, nell’allestimento del bollettino, nel buon andamento del patronato, tenendo conto della scala dei valori di ogni cosa, e vedrete che egli vi ha speso tutto il suo tempo, che quasi ogni sera ha vegliato sino a tarda ora e che spesso vi si sfinisce fisicamente e psicologicamente. Ma in compenso il risultato ottenuto non è scarso: grazie a questo sforzo veramente sovrumano, in certe epoche di anticlericalismo, è stato gettato un ponte fra il clero e la vita. Si è vista la sottana dovunque, ed essa suscitava simpatia; nessuno poteva dire che il sacerdozio fosse una sinecura: molti pregiudizi sono caduti ed è per merito delle nostre opere, in grandissima parte, che l’anticlericalismo ha dato luogo ad un’indifferenza religiosa improntata a cordialità verso i preti: (è un bene? Ecco una questione che si potrebbe dibattere). Il loro insieme, ben coordinato dalle direttive d’opere, diocesane e nazionali, ha dato alla Chiesa di Francia un sicuro prestigio: il governo, anche nei momenti in cui era estraneo al pensiero cristiano, per non dire di più, ha dovuto convenire che il cattolicesimo esisteva come un corpo vivente nella nazione, e trattarlo come tale: grazie alle sue opere, è presso di noi come una forza di cui bisogna tener conto: la sua influenza supera il nu— mero, strettamente contato, dei praticanti. Dal 1900 al 1940 esse hanno rifatto una gioventù che si è sviluppata nell’orbita del cattolicesimo, senza il favore del governo e spesso contro la sua ostilità. Ma soprattutto esse hanno tratto fuori da questa gioventù un reale fior fiore, una speranza per sempre, formata a pensare cristianamente e a vivere di Cristo. Migliaia di giovani, di ragazze, di giovani famiglie devono a queste, se hanno potuto avvicinare personalmente il prete e se ne hanno ricevuto un impulso morale che ha orientato la loro vita; se hanno beneficiato d’un insegnamento religioso che le sole prediche della chiesa non avrebbero loro dato. È grazie alle opere, in gran parte, che le nostre cerimonie parrocchiali rivestono il loro splendore, che certi posti sono sempre occupati, che i nostri preti hanno della gente che li frequenta: è ancora grazie alle opere che, come si suol dire, si hanno in mano le «generazioni di domani». Senza contare, cosa non trascurabile, che esse forniscono ai cattolici pieni di generosità elementi che possono fungere da capi al servizio della Chiesa.

Magnifico risultato; ma voi parlavate d’impotenze che si rischiava di non vedere. Tutti sono d’accordo sui benefici delle opere. Credete utile continuare ad esaminare le loro benemerenze?

Pensiamo di no: perchè, nella strategia apostolica come in quella militare, è importante non lusingarsi.
— Non cercate di dirmi ciò che mi fa piacere — diceva Foch ad un ufficiale di collegamento. — Ditemi invece la verità.

La cosa più urgente non è di consolarci, ma di vedere a che punto siamo. A quale scopo incoraggiare noi stessi con l’enumerazione compiacente dei benefici o assaporando i risultati ottenuti?

Noi diremo dunque semplicemente ciò che pensiamo; diremo quello che abbiamo veduto, e risalendo dai fatti alle cause esporremo quello che ci sembra il motivo degli smacchi o dei successi troppo limitati. Nessuno dovrà vedere nelle nostre osservazioni una requisitoria contro questa o quell’opera, una posizione assunta in anticipo, un partito preso qualsiasi.

Voi prendete un mucchio di precauzioni oratorie. È dunque un argomento così scottante?

Non dovrebbe esserlo, e di solito fra preti lo si discute serenamente, come pure fra laici: alle volte, però, la discussione s’inasprisce. Noi vorremmo perciò cominciare col dire perchè succede che un dibattito sulle opere somigli talora alle vane discussioni politiche che ingombrano le colonne dei giornali o i discorsi delle pubbliche riunioni, piuttosto che ad una ricerca fraterna e inquieta dei più efficaci mezzi d’azione. Ci si sforza a legittimare ciò che si è fatto, la tattica che si è usata, più che a vedere i ripiegamenti che si sono potuti introdurre a poco a poco e a verificare (per cambiarli, se mai) i metodi.

Si tratta infatti d’un problema vitale e di conseguenza d’un complesso problema il quale, complesso come la vita, non trova una soluzione completa. I nostri poveri mezzi, le nostre infime ricette non portano mai rimedio che ad uno degli aspetti del male. Quando una discussione sulle opere consiste nel brandire un metodo, il «proprio» metodo, per scagliarlo in testa agli altri ed eliminarli, è subito sterile, se non nociva, almeno alla pace fraterna.

Quando ci si è messi anima e corpo in un’opera, quando con cuore d’apostolo si è atteso qualche risultato e taluni di questi risultati sono venuti a farci vivere dolci ore di consolazione, fa sempre male girare la medaglia per vederne il rovescio. Dopo aver fatto tanti sforzi e provato tanta gioia per i risultati, perchè arrischiare di perdersi d’animo con lo spettacolo degli smacchi? Quando, del resto, si è uomini d’azione, tutti tesi al lavoro, verso il progresso delle proprie opere, si ha il tempo di fermarsi per istrada e di guardare indietro, col pericolo di perdere lo slancio? Allora uno se la piglia con tutti quelli che vengono a dargli una doccia fredda o che lo fanno rallentare per chiedergli se ha preso la strada buona. Questo spiega l’atteggiamento di tanti direttori di opere zelanti dinanzi ad un’«opera nuova» al «metodo nuovo». Quanti parroci, in passato agli avamposti delle opere, tirano indietro le briglie che ormai tengono i loro vicari e piangono nel vedere abbandonati quei metodi che essi, da vicari, usavano una volta con successo! Certo, a noi parroci accade di preoccuparci legittimamente dei cambiamenti bruschi e molteplici di certi viceparroci, che hanno solo il gusto delle novità e che demoliscono prima di domandarsi quale valore avrà ciò che costruiranno in sostituzione. Ma non ci succede anche di tremare un po’ troppo davanti alle iniziative? Diceva un giorno un vicecurato:

«Nulla io temo quanto un parroco che in altri tempi si sia occupato del patronato e con esito buono: perchè egli vuole assolutamente che si faccia come lui: vent’anni or sono era un rivoluzionario, ma oggi non lo è più».

La stoccatina ha un fondo di verità, se si pensa infatti alle generazioni che, specialmente all’epoca nostra, si succedono a ritmo accelerato, con temperamenti diversi, con gusti diversi, con bisogni diversi, con condizioni di vita totalmente mutate. Ciò che ieri piaceva non piace più oggi; ciò che dieci anni fa faceva del bene, oggi forse non lo farebbe più. Così certamente si spiega che certi curati, i quali un tempo come vicecurati hanno duramente lottato per ottenere dal loro parroco il permesso d’intraprendere certe opere, fanno a loro volta soffrire al loro vicecurato ciò per cui hanno tanto sofferto.

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(1) In tutto questo capitolo non parleremo delle scuole parrocchiali, perchè esse rappresentano un settore a parte. Non ne abbiamo sul nostro territorio e non vorremmo esprimere su di esse il nostro pensiero, che non sarebbe fondato su un’esperienza fatta da noi, o presso di noi. Se qua e là ne facciamo menzione, se sembriamo sfiorare il soggetto, si sappia in ogni caso che non si tratta che delle nostre parrocchie scristianizzate, e che noi ci guarderemmo bene dal portare un giudizio sull’insieme del problema.

(2) Ci si stupirà forse che noi sembriamo porre su un piano d’uguaglianza ogni specie d’opere, e che nella nostra enumerazione il cinematografo si trovi accanto alla biblioteca. Non pretendiamo con questo di confonderle: quando le nominiamo insieme, è sempre sotto una luce che è loro comune. Qui si tratta del tempo e degli sforzi che richiedono: più oltre, quando si tratterà di valutare il loro rendimento apostolico o le possibili deficienze di alcune di esse, faremo le necessarie distinzioni. Quando pare che ci confondiamo, si è che guardiamo sotto un punto di vista in cui la distinzione non è necessaria.