Parrocchia Comunità Missionaria pagine 027-035

Credete voi che i vostri pagani siano suscettibili di essere raggiunti dal Cristianesimo?

La risposta a questa domanda richiede moltissime ponderazioni. Non parliamo di «inquietudine religiosa». No, la nostra gente non è inquieta: fa comodo a meno della religione. C’è però chi non rimane del tutto indifferente dinanzi al problema religioso: l’esistenza di un al di là, il problema del dolore, la persona di Cristo, ecc.… sono altrettanti soggetti che avvincono la loro attenzione ed il loro interesse, quando vengono presentati,

Possono dunque essere facilmente attirati in chiesa? In nessun modo. Invece si lascerebbero volentieri sedurre dalla mistica del cristianesimo. Sono decisamente ribelli alle pratiche religiose. Le norme positive della Chiesa li lasciano indifferenti, estranei, se non ostili. Se si vuole accettare un barbarie, diremo che sono facilmente «cristificabili», ma non ancora «ecclesiasticabili»

Ci sono anzi due elementi che rendono più difficile ancora la cristianizzazione delle masse, a paragone dei tempi primitivi o dell’evangelizzazione dei selvaggi. Portare il messaggio ai pagani dell’antica Roma era ancora una cosa possibile, perchè si trattava d’una trasposizione e nulla più. I pagani praticavano un paganesimo religioso: c’era una religione di Stato, si parlava di dei, ufficialmente si celebrava un culto. Nella nostra epoca, la religione è totalmente bandita dall’anima di una gran parte del nostro popolo: non esiste più nella sua considerazione: è una cosa ormai scaduta. Quando cerchiamo di ricondurre alle pratiche religiose, abbiamo l’aria di ravvivare cose d’altri tempi. Il lavoro è dunque assai più arduo che all’epoca degli Apostoli.Inoltre, i pagani dell’antica Roma o gli indigeni a cui i nostri missionari portano il vangelo, sono abituati ad obbedire: riconoscono certe autorità: sono sottomessi ai sacerdoti. Invece i nostri pagani moderni ed occidentali sono portati decisamente all’uguaglianza: non vogliono obbedire. Ora, per abbracciare la religione, bisogna accettare di sottomettersi a due autorità: quella di un Dio che impone leggi e quella di una Chiesa che insegna in Suo nome. Fides ex auditu. Tutti i predicatori, ci parlano della difficoltà (e noi la proviamo come loro) d’ottenere la sottomissione dello spirito ad una autorità.per abbracciare la religione, bisogna accettare di sottomettersi a due autorità: quella di un Dio che impone leggi e quella di una Chiesa che insegna in Suo nome. Fides ex auditu. Tutti i predicatori, ci parlano della difficoltà (e noi la proviamo come loro) d’ottenere la sottomissione dello spirito ad una autorità. per abbracciare la religione, bisogna accettare di sottomettersi a due autorità: quella di un Dio che impone leggi e quella di una Chiesa che insegna in Suo nome. Fides ex auditu. Tutti i predicatori, ci parlano della difficoltà (e noi la proviamo come loro) d’ottenere la sottomissione dello spirito ad una autorità.

Quante volte, nelle riunioni di missione che facevamo in chiesa, quando parlavamo di Cristo, della sua dottrina sociale, del valore morale del Vangelo, non abbiamo sentito il nostro uditorio assolutamente d’accordo con noi? ma in quel momento capivamo anche che non potevamo chiedergli di più di quell’accordo di principio. Quante volte udiamo dire schiettamente dalle donne, ed anche dagli uomini, che essi pregano in casa e pregano ogni tanto sul lavoro. Con quale sincerità ci dicono che sono credenti, che non perdono la Messa nel giorno d’Ognissanti o alla Domenica delle Palme; che non mangiano mai carne al Venerdì Santo e che, insomma, il buon Dio deve essere contento di loro! Cattiva educazione? Certamente;ma soprattutto distanza fra la loro mentalità e la nostra: assenza d’ ogni imperativo che si imponga a loro e che essi riconoscano: diffidenza di tutto il complesso delle opere clericali, e per di più incomprensione dei nostri riti, delle nostre categorie, dei nostri dommi. Nessun agganciamento, nè per mezzo della nostra liturgia, nè per mezzo della nostra predicazione, nè per mezzo della nostra influenza. E voi capite benissimo che non parliamo qui che dei semicristiani: non parliamo della massa pagana…

Cerchiamo dunque d’essere pazienti e di lavorare bene. Noi restiamo sempre al livello del quinto concilio lateranense, il quale precisava che per i cristiani la norma della pietà doveva essere l’assiduità domenicale alla Messa e la pratica della Comunione pasquale. Non siamo ancora giunti, noi, a questo punto! Ciò era per cristiani che sapevano che cos’è la Messa, la comunione, l’autorità della Chiesa, soprattutto, e l’obbligo di sottomettersi alle sue leggi. Il nostro popolo è invece al livello dei tempi apostolici, in cui bisognava presentare Cristo, attirare a riunioni molto spontanee, convincere ed «appassionare», prima di organizzare e di costringere.

II nostro lavoro sarà dunque quello di crearci un clima, ed è un lavoro parrocchiale importantissimo: clima di simpatia, clima di carità, clima di fierezza cristiana, clima di pietà. Intendiamoci bene: questo non significa che si deve rinunciare alla speranza di condurre un giorno i convertiti alla pratica religiosa: significa però che è vano pretendere di condurveli senza una lunga preparazione, senza una modifica «di struttura» della loro mentalità. Significa anche che è falso giudicare le loro attitudini a ricevere Cristo, dalle loro ripugnanze a venire a Messa. Molti preti qui sbagliano, e tuttavia è cosa di capitale importanza vedere ben chiaro su questo punto. Invitare alla pratica religiosa persone che non hanno il senso cristiano è, come si suol dire «mettere l’aratro davanti ai buoi»: ed è un cattivo calcolo quello di contare le presenze in chiesa, per giudicare del progresso o degli insuccessi di un’evangelizzazione in corso. Questo risultato non è secondario (in ordinetentionis), ma è secondo (in ordine executionis). La partecipazione alla vita liturgica deve provenire non da un reclutamento, ma da un bisogno religioso. L’apostolato deve dunque mirare non ad organizzare l’arruolamento dei praticanti (quelli che assistono alla Messa, quelli che vengono usati ai Sacramenti, ecc…), ma a penetrare di spirito cristiano gli ambienti presi di mira, affinché la necessità di una vita cristiana li conduca a Cristo comunicato dalla Chiesa e dai Sacramenti. ma è secondo (in ordine executionis). La partecipazione alla vita liturgica deve provenire non da un reclutamento, ma da un bisogno religioso. L’apostolato deve dunque mirare non ad organizzare l’arruolamento dei praticanti (quelli che assistono alla Messa, quelli che vengono usati ai Sacramenti, ecc…), ma a penetrare di spirito cristiano gli ambienti presi di mira, affinché la necessità di una vita cristiana li conduca a Cristo comunicato dalla Chiesa e dai Sacramenti. ma è secondo (in ordine executionis). La partecipazione alla vita liturgica deve provenire non da un reclutamento, ma da un bisogno religioso. L’apostolato deve dunque mirare non ad organizzare l’arruolamento dei praticanti (quelli che assistono alla Messa, quelli che vengono usati ai Sacramenti, ecc…), ma a penetrare di spirito cristiano gli ambienti presi di mira, affinché la necessità di una vita cristiana li conduca a Cristo comunicato dalla Chiesa e dai Sacramenti.

Noi constatiamo: «Non sono ecclesiasticabili, ma sono cristificabili». L’apostolo non si perda d’animo per questa constatazione: essa ci indica un metodo.

Questo passaggio dallo spirito pagano allo spirito cristiano, lo considera un fenomeno individuale o un fenomeno collettivo?

Un fenomeno collettivo, per certo. E per questa ragione, ben valorizzata da don Godin, sulla quale avremo occasione di ritornare: la maggior parte della nostra gente pensa solo collettivamente. Solo un piccolo numero è capace di pensieri personali. Questi, quando si ritrovano in famiglia, ritrovano la loro personalità, riflettono, discutono, si pongono problemi (religiosi, sociali, ecc…). Gli altri, cioè la maggioranza, non hanno, per così dire, una personalità propria: essa è annegata nella vaga personalità del gruppo di cui fanno parte. Costoro pensano solo in gruppo, adottano le idee predominanti del gruppo: ambiente di lavoro, sindacato, circolo politico, combriccola di divertimento, ecc… Impossibile, perciò, attirarli individualmente verso Cristo. Il loro gruppo verrà a Cristo, o essi non ci verranno mai. «L’

Pieghiamo la mentalità del tal gruppo, del tal quartiere, la stessa mentalità generale. Se il clero è stimato, se la vita parrocchiale è conosciuta, se nessuno ignora l’esistenza delle feste e dell’azione parrocchiale: se il racconto fedele, il racconto famiglia impronta veramente il suo settore: se il conto gruppo, il conto servizio di mutuo soccorso raggruppano persone che si ignoravano e che ora si frequentano sotto l’impulso di un fedele, insomma, se tutto un complesso di gente si atteggia a cristiana e crea un’atmosfera, la parrocchia ha già un’importantissima funzione. II parroco non conterà forse un maggior numero di persone alla processione della prima domenica del mese: ma il suo popolo è meno lontano da Cristo.

Quale conclusione ne ricavate?

Che per il piccolo numero di coloro che riflettono, il lavoro apostolico sarà posto là dove essi ritrovano la loro personalità, cioè nell’ambiente di famiglia, mentre per conquistare gli altri bisognerà agire direttamente sul gruppo da cui contattati.

E chi farà questo lavoro?

In parte la parrocchia, i suoi preti ei suoi fedeli: in parte la «Missione di Parigi» (o l’equivalente nelle città popolose di provincia), del cui compito riparleremo alla fine di questi colloqui.

Pensate dunque che la parrocchia debba rappresentare una parte nel lavoro di conquista?

Certo! Una parrocchia che è nel paese di missione deve essere una parrocchia missionaria. Essa non può limitarsi ad amministrare spiritualmente il popolo cristiano. Una parte del suo ministero sarà indubbiamente orientata verso di questo: ma una parte sola, e non la più importante. Poiché il 95% dei fanciulli non viene a lei, il 95% delle sue inquietudini e della sua attività devono orientarsi e dirigersi verso di. essi. E non solo con sospiri e desideri, ma concretamente.

Che cosa intendete dunque per parrocchia?

Ecco una domanda di primaria importanza. Vi sono: due modi di concepire la parrocchia: l’uno ristretto e conservatore, l’altro largo e conquistatore. A seconda che si adotterà l’uno o l’altro, si potrà pretendere che la propria parrocchia sia «missionaria» o vi si dovrà rinunciare.

Questa distinzione ci sembra capitale per il seguito delle nostre riflessioni. Permetteteci quindi di insistervi su.

Prima concezione.

Per gli uni (e incoscientemente ne facciamo parte quasi tutti, dal momento che non reagiamo contro l’andazzo) la parrocchia è costituita dal complesso di coloro che vanno in chiesa.

«I miei parrocchiani», dice il parroco. In questo complesso si distinguono parecchi gruppi: anzitutto il nucleo dei ferventi, che si comunicano tutti i giorni o tutte le domeniche, che militano nelle nostre opere, e via dicendo: poi il nucleo dei fedeli che assistono regolarmente alla Messa domenicale e che il sacerdote conosce più o meno: al di là si estende la zona dei ben pensanti, che vanno in chiesa nelle feste solenni, a meno che non si contentino piamente di fare la loro offerta per il culto, poiché (come dicono) sono «del partito della Chiesa»: ancora al di là è il terreno incerto dei simpatizzanti della religione, che fanno battezzare i loro figli, e li mandano al catechismo in vista della Prima Comunione; che per lo più si sposano davanti al prete, che lo fanno chiamare al loro capezzale, ma che, in realtà,

In questa concezione, la parrocchia è l’insieme di coloro che, da vicino o da lontano, si accostano alla chiesa: i preti hanno con essi qualche rapporto, anche se nella loro mente questi rapporti sembrino stranamente rapporti commerciali di un ordine speciale. La vita parrocchiale diventa allora la vita culturale e liturgica di tutte queste anime. La sua trama è il calendario delle domeniche e delle feste. La sua manifestazione sono le cerimonie, le processioni, i battesimi, le nozze, le sepolture, le riunioni importanti della chiesa e della sala parrocchiale, i ritiri, i tridui, la quaresima, ciò che si annuncia nella predica domenicale. I pilastri, le colonne principali di questa parrocchia sono le opere, che forniscono i diversi effettivi su cui si può fare assegnazione per organizzare le grandi cerimonie, o in circostanze eccezionali, e dove si compie il lavoro di «formazione dei gruppi scelti»: opere di bambini, di giovani, di ragazze, circoli degli uomini, confraternite di donne o associazione femminile. Tutto il tempo del clero (parroco e vice curati) è diviso fra il ministero presso quelle anime, secondo il grado delle loro esigenze spirituali e la pur necessaria amministrazione del temporale. E quest’ultima diventa tanto più assillante, quanto più si moltiplicano le opere, quanto più la parrocchia prospera e s’impongono ampliamenti, ordinamenti, acquisti. secondo il grado delle loro esigenze spirituali e la pur necessaria amministrazione del temporale. E quest’ultima diventa tanto più assillante, quanto più si moltiplicano le opere, quanto più la parrocchia prospera e s’impongono ampliamenti, ordinamenti, acquisti. secondo il grado delle loro esigenze spirituali e la pur necessaria amministrazione del temporale. E quest’ultima diventa tanto più assillante, quanto più si moltiplicano le opere, quanto più la parrocchia prospera e s’impongono ampliamenti, ordinamenti, acquisti.

Qui, parrocchia=ambiente parrocchiale.

Questa è la concezione che s’ incontra di solito in provincia; ma nelle tue popolate parrocchie dei sobborghi a contatto dell’immensa folla dei pagani non è una cosa diversa?

Disinannatevi! L’illusione è più facile e più grande ancora nelle nostre parrocchie dei sobborghi che in quelle più piccole e meno popolate di provincia e specialmente di campagna. In campagna, volente o nolente, il parroco è costretto a pensare a quelli che non vanno in chiesa ea mettersi in contatto con loro. Anzitutto, il nucleo fedele non è tale da accaparrarsi tutto il suo tempo. Quanto agli altri, li incontra spesso andando e venendo: lo conoscono ed egli li conosce. Invece nelle nostre grandi parrocchie il nucleo dei praticanti, pur rappresentando un’infima minoranza rispetto al numero degli abitanti, costituisce tuttavia una cifra ancora abbastanza elevata. È capace di occupare tutto il tempo disponibile del clero. E la cosa più grave si è che ci impedisce di vedere gli altri, di pensare agli altri.

Nelle nostre chiese della «banlieue», più ancora che in provincia, ritroverete la quintessenza dell’«ambiente parrocchiale». La vita della parrocchia, più che in qualsiasi altro luogo, è ridotta alla vita di quell’ambiente. Ed è tanto più sensibile quanto più è debole la proporzione di quell’ambiente rispetto alla massa della popolazione. In provincia, le persone che frequentano la chiesa rappresentano spesso il ceto medio e mediocre della città: vi si ritrovano tutti i ceti. Da noi, e dovunque il proletariato pagano è in schiacciante maggioranza, il contrasto è più violento (per poco che non ci si lasci illudere da una chiesa piena e che si stia attenti alle realtà) tra la vita della parrocchia così ridotta all’ambiente parrocchiale e la vita del quartiere dove essa è fondata.

La chiesa sembrerà abbastanza piena, le funzioni ben riuscite, le opere in efficienza, i corsi e le sale affollate. Preti crederanno di essere a contatto con la massa, perchè avranno quel numero, e di avere le autentiche reazioni popolari, mentre in realtà avranno solo quelle dell’ambiente parrocchiale. Crederanno di riuscire, perchè quel ministero procurerà loro soddisfazioni. In realtà, non hanno alcun contatto con la massa.

Un altro fattore falsifica le prospettive. Si giudica la parrocchia in base ai contatti che si hanno in chiesa e in sagrestia, oppure visitando i genitori dei nostri bambini del catechismo e del patronato, o con le persone che vengono per sposarsi. Errore! Chi viene da noi, specialmente se è gente umile, si presenta con un complesso d’inferiorità, e talora persino di servilismo. Parlano come noi, ma non pensano come noi. I veri «renitenti» non vengono troppo sovente a trovarci. Quante volte, nelle nostre visite di missione nei quartieri, abbiamo sentito tutto ciò nelle famiglie di cui un bambino veniva al catechismo! Siamo stati accolti in modo diverso da altrove. Sentivamo di essere considerati, perchè tenevamo in mano e dipendeva da noi l’ammissione o no alla Prima Comunione: venivamo adulati:

Inoltre, nelle nostre parrocchie dei sobborghi la difficoltà di conoscere i nostri parrocchiani è enorme, insormontabile; anche semplicemente raccogliere il loro nome: a più forte ragione è difficile arrivare a tutti. Di qui facilmente si passa ad ignorare la loro mentalità, a misconoscere le loro reazioni, e persino a dimenticare coloro che non vedono. La loro evangelizzazione pone un tale problema; ed è così angoscioso pensare ad essi, che dimenticarli è più facile e più presto fatto.

Si può concepire in altro modo la parrocchia?

Sì, ed ecco questa seconda concezione.

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