Chiesa che vai, usanza che trovi

Zona Pastorale | Diocesi di Rimini

Chiesa che vai, usanza che trovi

Nella liturgia si introducono incongruenze liturgiche, che non aiutano ad entrare nel mistero. È bene attenersi ai “principi” e alle “norme” del Messale, con una fedeltà dinamica che non deve sconfinare in una creatività selvaggia e spesso scadente.

Celebrare nello Spirito significa lasciarsi introdurre nello spirito della liturgia per cogliervi l’azione e la presenza dello Spirito Santo dentro e oltre i segni di cui essa è sostanziata.
«Non si tratta per noi di riti intensamente espressivi e di parole possenti per stile, quasi stessimo dinanzi ad un palcoscenico dello spirituale, bensì di avvicinarci un po’ di più con la realtà della nostra anima alla realtà di Dio per esigenze nostre, spietatamente serie, che promanano dalla nostra intima personalità» (R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Morcelliana, 1980, pag.105)
Occorre un rinnovamento della celebrazione che, da atto rituale ed esteriore, si trasformi in esperienza gioiosa di fede e di carità.
Al di là del rubricismo e di un certo liturgismo quasi che l’azione della Chiesa vi si esaurisca, occorre far sì che le nostre celebrazioni siano vere e autentiche, più vive e vibranti, premesse necessarie perché lo Spirito possa agire nell’animo dei fedeli e questi possano fare l’esperienza di sentirsi popolo di Dio, convocato per rendergli un culto spirituale che si prolunghi nella vita. È in gioco anche la nuova evangelizzazione che passa attraverso la liturgia, la quale per molti è l’unico punto di contatto, spesso occasionale, con la Chiesa e con il messaggio di Cristo.
Fedeli al Messale. Un primo passo da fare è scoprire il segreto della creatività nello stesso Messale: il rito della messa, infatti, se seguito a dovere così com’è esposto nei Principi e Norme per l’uso del Messale Romano (PNMR), offre la possibilità di rinnovare e di vivificare la celebrazione, senza ricorrere a indebite manipolazioni. Attenersi da parte di tutti alle indicazioni dei PNMR significherà dare dappertutto una certa uniformità alla celebrazione, evitando eccessive discrepanze, senza che ciò debba significare appiattimento. Inoltre, i fedeli devono recarsi in chiesa pronti a subire le estrosità che il celebrante si inventa volta per volta, ingenerando l’impressione di entrare in repubbliche a se stanti.
Una corretta creatività sarà la naturale conseguenza del fatto di evidenziare progressivamente le singole parti della messa, in modo che queste, acquistando vivezza singolarmente, rendano il rito intero più snello e comprensibile, favorendo una partecipazione attiva e intelligente e rendendo così un buon servizio allo Spirito che anima la Chiesa. Al riguardo, segnalo il prezioso e simpatico volume di T. Lasconi I “Messaroli”: una risorsa. Per una comunità adulta, consapevole, riconoscibile (ed. Cittadella), nel quale, partendo anche dai difetti del celebrare e da certe caratteristiche delle assemblee che si ritrovano un po’ dappertutto, si  danno suggerimenti per vivificare le varie parti della messa.
La partitura di una sinfonia può essere letta ed eseguita in una maniera passabile, da buon routinier. Un direttore più geniale darà, invece, un diverso rilievo alle varie sezioni degli strumenti, evidenziando nuovi piani sonori, ma coerenti con la partitura; certi movimenti li rianimerà con un ritmo più serrato o arioso. È sempre la stessa sinfonia, ma più splendida nell’esecuzione!

Il segreto della vera creatività liturgica sta dunque nel rispettare in maniera intelligente le indicazioni del Messale (la partitura), imprimendo alla celebrazione un andamento che salvaguardi la naturalezza del ritmo celebrativo e favorisca l’azione dello Spirito. L’ars celebrandi si apprende all’ombra dello Spirito!

Volendo esemplificare alcune incongruenze mi limito a segnalarne solo alcune.

Esemplificazioni. Il Padre nostro, per esempio, è diventato una preghiera a cascata, una gara a chi finisce per primo. «Ma come non rimanere stupiti, per non dire scandalizzati, notando che, soprattutto le nostre assemblee, hanno trasformato lo stesso Padre nostro nella più sconcertante battologia, impoverendone o neutralizzandone la sacramentalità con una recitazione a dir poco chiassosa, precipitosa e impersonale!» (A. Gentili). Tutta la ricchezza di senso viene annullata dalla recita precipitosa, indice di poca partecipazione interiore alla preghiera del Signore o di voglia di eludere l’impegno: non puoi dire “Padre nostro” se…

L’uso poi di stringersi contemporaneamente per mano significa caricare con un gesto di solidarietà fraterna quella espansione delle mani al cielo e anticipare indebitamente il senso proprio del gesto di pace che vuol significare la fraternità di coloro che si ritengono figli dello stesso Padre e Dio della pace.
Speriamo sia tramontato l’uso teatrale di premettere al Pater il canto Ti ringrazio, o mio Signore (o qualche altro) continuato poi melodrammaticamente a bocca chiusa mentre un lettore intona la preghiera: siamo nel campo del sentimentalismo ad effetto, non certo della lex orandi che, in questo caso, richiede la coralità dell’assemblea e l’appropriazione da parte di essa di tutti i valori spirituali del Pater, grazie alla recitazione o al canto fatto con fede e con piena partecipazione.

Al termine delle letture, capita ancora di sentir proclamare, senza peraltro uno stacco pur breve: È parola di Dio. Questa usanza ignora la mediazione umana attraverso la quale il Signore ci fa giungere la sua Parola.

Chi enuncia le preghiera dei fedeli, poi, deve avere la bontà di attendere che il celebrante abbia terminato la preghiera conclusiva prima di tornare al suo posto.

«Pregate fratelli e sorelle perché il mio e vostro sacrificio…». La risposta a questo invito alla preghiera deve trovare l’assemblea già in piedi, e non all’inizio del prefazio. L’uniformità non è un fatto formale, ma rientra nella logica dei segni: la preghiera sulle offerte viene fatta a nome dell’assemblea che non può starsene seduta.

Ci sono alcuni fedeli che amano dire, all’acclamazione anamnetica, resurrezione anziché risurrezione (alla pari di quelli che dicono o scrivono eucarestia anziché eucaristia), quasi a voler sottolineare una fedeltà a chissà quale tradizione. Ci sono vocali di troppo sempre all’anamnesi (Annunciamo e proclamiamo), nel simbolo niceno-costantinopolitano, nonché al Santo (Santo è il Signore) e al Tuo è il Regno: inezie si potrebbe dire. Però, quando si va in farmacia e si chiede un farmaco sbagliandone la pronuncia o modificandone il nome, al farmacista viene spontaneo correggere, perché… così non va.

In larghi strati di fedeli si canta il Gloria al Padre onnipotente, accentuando però il dittongo Gloria: in questo, seguono il celebrante che ha dimenticato che non si accentua quel dittongo e tanto meno la vocale debole.

In tutte le concelebrazioni ci è dato sentire la dossologia cantata male, con un inciso che appartiene alla vecchia melodia sul testo latino. Nessuno o quasi si è preso la briga di controllare la linea musicale presente nel Messale e riportata nel foglio plastificato ad esso allegato, da cui si evince che siamo in un modo gregoriano che nella trasposizione è in tonalità fa maggiore con la cadenza finale sul fa, nota che viene agilmente ripresa dall’assemblea per l’Amen. Puntualmente, la cadenza finisce in maniera innaturale sul sol, con l’inevitabile puntuale disagio ad intonare la risposta.

La rubrica è tale perché scritta in rosso, una mera indicazione da non proclamare, cosa che capita di sentire ancora quando si vuol precisare: Salmo responsoriale o Prima lettura con l’immancabile “diciamo insieme”, come se non lo si sapesse.

I foglietti della domenica e altri sussidi suggeriscono un’introduzione alle letture: insieme agli offertori spiegati, si cade nel didascalismo che fa della liturgia una cascata di parole.
Un accenno agli applausi. Per essi può valere questa giusta riflessione di A. Parisi: «I gesti e l’atteggiamento del corpo sia del sacerdote, del diacono e dei ministri, sia del popolo devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti. Si dovrà prestare attenzione affinché le norme, stabilite da questo Ordinamento generale e dalla prassi secolare del rito romano, contribuiscano al bene spirituale comune del popolo di Dio, più che al gusto personale o all’arbitrio».

Se ai funerali è consentito, al termine, un saluto da parte dei congiunti o degli amici, sarà bene avvisare che, terminata la lettura, non si applauda. La gente comprende.

Nella celebrazione del matrimonio c’è chi si attende un rito come negli spot televisivi: Vi dichiaro marito e moglie e ora datevi un bacio. E via con gli applausi!

A parte la bellezza del Rito, c’è un particolare che storna tutta l’attenzione per l’applauso e – capita – per gli ululati, manco si fosse al ristorante: subito dopo lo scambio degli anelli e l’acclamazione, è previsto che si possano invitare gli sposi a inginocchiarsi per ricevere la solenne benedizione con l’invocazione allo Spirito Santo. Al termine della celebrazione l’assemblea potrà esprimere il suo plauso.

Renato Borrelli   (14 luglio 2013 – n. 28)

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